Strasburgo 1-4 aprile: Block Nato. Controvertice in occasione dei 60 anni della NATO
Durante le giornate del 3 e 4 Aprile si celebrerà a Strasburgo e a Baden Baden il sessantesimo anniversario dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, meglio nota come NATO. Si discuterà addirittura dei possibili profitti derivanti dalle future strategie di guerra. Non mancheranno massicce forme di dissenso e di resistenza da parte dei movimenti pacifisti ed extra parlamentari della sinistra radicale, così come sarà presente anche una forte repressione di stato. A Strasburgo si sta costruendo un campeggio di resistenza, mentre il Convergence Center (CC) a Friburgo è già attivo ed è in uso dagli attivisti che si preparano per le proteste al summit. Un altro CC aprirà a Strasburgo il 31 di Marzo. Il gruppo "Infopoints" hanno pubblicato un opuscolo in supporto alla campagna di mobilitazione. Circa 30,000 poliziotti sono attesi per difendere il summit militare, mentre il servizio di intelligence tedesca sta cercando in modo aggressivo di fare in modo che gli attivisti lavorino al suo servizio. Il Legal team presente al CC garantirà il supporto legale ai manifestanti dall'altra parte della frontiera.
Vertice Nato, tra scontri e militarizzazione
Non solo Londra, ma anche Strasburgo. Perché domani e dopodomani si svolgerà il vertice Nato. E già si sono verificati incidenti, con scontri tra manifestanti anti-Nato e polizia. Quest'ultima ha pretestuosamente fermato e bloccato, proprio davanti al campeggio degli attivisti, molti manifestanti per "controlli d'identità". Sono stati lanciati lacrimogeni. Dall'altra si è risposto con pietre. Subito le forze militari hanno inviato sul posto elicotteri, creando - forse come è loro abitudine - una vera e propria atmosfera da guerra. Ma i "controlli" non sono solo legati agli esterni, a quei manifestanti che secondo le autorità militari farebbero precipitare la situazione. Ma nei mesi scorsi gli uomini Nato hanno proceduto alla schedatura di oltre 40.000 abitanti nelle zone del vertice. Hanno installato telecamere di sorveglianza in ogni dove di Strasburgo, militarizzato i perimetri. Hanno persino imposto che venissero tolte le bandiere della pace dai balconi.
E intanto la tensione sale per l'arrivo dei 28 capi di stato. Oltre 25 mila agenti sono già dislocati tra Francia e Germania, nelle città di Strasburgo, Kehl e Baden Baden. I manifestanti attesi dovrebbero essere oltre 60.000. Fortino della protesta anti-nato un controvertice, certo con manifestazioni - la più grossa dovrebbe essere sabato - ma anche con incontri, dibattiti, seminari.
La NATO compie sessant’anni e flirta con la UE
di Antonio Mazzeo
È divisa un po’ su tutto: sui tempi e le modalità di una sua ulteriore espansione ad est; sull’atteggiamento da assumere nei confronti di Russia, Cina ed Iran; sul programma di escalation militare dell’amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan; sui futuri piani di ammodernamento dei sistemi militari, ritenuti fortemente pregiudiziali per le industrie europee. Ma quando poi si decide d’intervenire e bombardare - così com’è stato nei Balcani o in Medio oriente - o d’intraprendere nuove avventure nucleari e spaziali, le frizioni interne scompaiono e si confermano unità d’intenti e di azione tra i paesi membri.
Si presenta così la NATO alla vigilia del suo sessantesimo compleanno: con qualche ruga di troppo ma comunque entusiasta di affrontare le nuove sfide del XXI secolo, forte del ritorno del figliol prodigo francese e delle solide partnership con Giappone, Corea del Sud e Australia e con i paesi-prigione stile Colombia ed Israele.
Abbattute le barriere ideologiche che dalla sua fondazione avevano relegato l’azione alla mera “difesa” della regione nord-atlantica, la NATO ha fatto dell’intervento “out-of-area” l’asse strategico su cui re-inventare operazioni, esercitazioni, logistica, sistemi d’arma, centri di comando, controllo e comunicazioni. Dopo i massacri di civili in Kosovo, Serbia e Montenegro e la lunga e sanguinosa guerra in Afghanistan, la NATO aspira a penetrare in Pakistan e a seguire le avventure nel continente africano del nuovo comando delle forze armate USA “Africom”. In Africa, del resto, l’alleanza militare due piedi ce li ha messi già: unità militari NATO operano a sostegno dell’ambigua missione dell’Unione Africana in Darfur o nel pattugliamento delle coste somale in funzione anti-pirati.Ma tutto questo non basta, i governi che contano chiedono sempre di più. “ La NATO ha bisogno di adeguare le sue strategie alle nuove sfide”, ha dichiarato la prima ministra tedesca Angela Markel. “Dobbiamo sviluppare un nuovo concetto strategico a partire dal summit che si terrà il 3 e 4 aprile 2009, per dare risposta alle odierne e future minacce. In quest’ottica la NATO ha bisogno di definire e rafforzare le sue relazioni con le organizzazioni partner, come le Nazioni Unite, l’Unione Africana e le organizzazioni non governative, e di cooperare più strettamente con l’Unione europea”. Una NATO che sia sempre più “organismo politico” oltre che militare e che “proietti stabilità” in aree di crisi, “favorisca il dialogo, promuova la democrazia e contribuisca alla ricostruzione e al consolidamento istituzionale”, come aggiungono i massimi vertici dell’alleanza da Bruxelles. Un’organizzazione dunque estremamente flessibile e capace di affrontare qualsivoglia minaccia che possa minare la “sicurezza” dei paesi membri e dei liberi mercati.
Le sfide che saranno affrontate dalla “nuova” NATO sono elencate dal Segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer: all’antico ritornello sul terrorismo internazionale, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e gli stati “canaglia”, si aggiungono adesso le guerre cibernetiche, il crimine organizzato, le carenze di fonti energetiche, il degrado ambientale, le calamità naturali, gli attacchi bio-terroristici e le pandemie.
L’Hague Centre for Strategic Studies, centro ultraconservatore olandese di studi strategici, prevede “sfide” ancora più complesse per la NATO. “I paesi dell’Alleanza dovranno riconciliare il loro ruolo tradizionale con le necessità strategiche rappresentate dalle crisi economiche, dalla competizione per le risorse dell’Artico e dal risorgere di Russia e Cina”, scrive in un rapporto presentato il 27 marzo a Bruxelles nel corso di un incontro con oltre 300 ricercatori e studiosi sui temi della “sicurezza transatlantica”. “Una possibile dissoluzione della zona euro, un grande evento speculativo nei circoli finanziari, potrebbero avere un impatto significativo sulla sicurezza e la difesa europea”. Fronteggiare queste minacce “globali” richiederà partenariati di vasta portata ed una forte sinergia tra la NATO e l’Unione Europea, conclude il centro di studi olandese. E la posta in gioco non permetterà né tentennamenti né astensioni di sorta. Per questo a Bruxelles si lavora per emendare la Carta costitutiva dell’Alleanza Atlantica che ha consentito sino ad oggi agli stati membri di dissociarsi dal partecipare alle guerre con cui si è in disaccordo.
La decisione di festeggiare il sessantesimo anniversario dell’organizzazione militare proprio a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, punta a simbolizzare la conclusione del primo atto del processo di condivisione di programmi, strategie ed interventi in campo politico e militare della NATO e dell’Unione europea. Quello che è stato sino ad oggi un fidanzamento, il 4 aprile 2009 si trasformerà in vero e proprio matrimonio, ospiti d’onore gli alti comandi di Washington e Bruxelles e buona parte dei capi di stato dei 27 paesi dell’Unione, 21 dei quali fanno già parte della NATO, mentre cinque dei sei che ne restano fuori (Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia) sono membri del programma “Partenariato per la Pace ” dell’Alleanza Atlantica.
Per il secondo atto del connubio NATO-UE è già pronta una sceneggiatura. “ La NATO e l’Unione europea dovrebbero focalizzarsi sul rafforzamento delle loro capacità fondamentali, sull’incremento dell’interoperabilità e sul coordinamento di dottrina, pianificazione, tecnologie, equipaggiamento e addestramento”, scrive su Nato Review, Adrian Pop, decente della National School for Political Studies di Bucarest, Romania. Per il professore Pop la cooperazione NATO-UE deve divenire “la spina dorsale di una forte comunità euro-atlantica”, per “combattere il crimine organizzato, il traffico di droga, delle armi leggere e di piccolo calibro, come pure quello di esseri umani”.
I Balcani possono essere il teatro dove sperimentare nuove pratiche interattive. Del resto è questa la regione dove è più antica la partnership NATO-UE. Nel febbraio 2001, al culmine del conflitto scoppiato nella ex repubblica jugoslava di Macedonia tra la comunità albanese e le forze di sicurezza interne, furono proprio la NATO e l’Unione a coordinare i negoziati tra le parti che sei mesi più tardi sfociarono nell’accordo di Ohrid. Contemporaneamente la NATO avviò una vasta operazione per disarmare gli insorti albanesi che si protrasse sino al marzo 2003, quando le truppe dell’alleanza militare furono sostituite da una task force battente bandiera UE (“Operazione Concordia”). A Skopje continuò ad operare un piccolo quartier generale della NATO per assistere le autorità macedoni e i militari dell’Unione.
Nel dicembre 2004, un passaggio di consegne similare si è verificato nella vicina Bosnia Erzegovina: dopo nove anni di presenza IFOR-SFOR, la NATO passò il testimone all’Unione europea, che immediatamente dette avvio all’operazione Althea, forte di 6.000 uomini. Lo stesso sta accadendo in questi ultimi mesi nel Kosovo tutt’altro che pacificato: la Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, sta trasferendo il comando delle fallimentari operazioni di controllo del territorio alla missione europea denominata EULEX. Altra area geografica dove NATO ed UE fanno coppia fissa e si scambiano le flotte armate è il Golfo di Aden, nell’ambito della crociata mondiale contro i pirati che minacciano mercantili e petroliere (per la task force “EUNAVFOR Atalanta”, si tratta del primo intervento “out-of-area” dell’Unione).
“Anche l’Afghanistan rappresenta un’opportunità per un’accresciuta cooperazione NATO-UE”, scrive ancora il rumeno Adrian Pop. “Il paese ha disperatamente bisogno di più polizia, giudici, ingegneri, operatori umanitari, consulenti per lo sviluppo ed amministratori. L’Unione europea dispone di tutte queste risorse, non altrettanto avviene per i soldati della pace della NATO”.
Nel novembre 2006 la Commissione europea ha approvato 10,6 milioni di euro per favorire la distribuzione in Afghanistan di “servizi e una migliorata governabilità attraverso i Gruppi di ricostruzione provinciale (PRT), guidati dalla NATO”. Analoghe forme collaborative starebbero per essere avviate in Iraq, paese dove la NATO è l’attore principale nella gestione dei “programmi di formazione” delle nuove forze armate locali, avvalendosi in particolare del “Defence College” di Roma.Il 12 giugno 2008, l’ex ministro della difesa britannico e Segretario generale della NATO dal 1999 al 2004, George Robertson, e l’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana alle Politiche estere e di difesa dell’Unione Europea, Paddy Ashdown, dalle colonne del Times hanno chiesto un colpo di acceleratore in vista della formazione di “gruppi di combattimento” e di pronto intervento UE, che siano “compatibili con la forza di risposta rapida della NATO” e facciano da base “di una nuova struttura europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati in dissoluzione ed in teatri post-bellici”. La NATO Response Force (NRF) - con più di 25.000 uomini appartenenti alle forze terrestri, di mare e aree dell’Alleanza - è stata attivata per la prima volta a fine 2005 per intervenire “umanitariamente” in Pakistan dopo un violento terremoto. Nell’estate 2006, d’avanti agli osservatori di mezzo mondo, la NRF ha realizzato la prima grande esercitazione di dispiegamento a Capo Verde ( Africa occidentale).
Oggi uno dei suoi maggiori centri operativi funziona da Solbiate Olona (Varese).A Bruxelles si lavora adesso per rendere il più possibile complementari l’organizzazione e le azioni delle due grandi forze di pronto intervento e “first strike”. Il primo passo sarà quello di standardizzare tecnologie e apparati di guerra di NATO e UE, tema all’ordine del giorno del summit di Strasburgo che però potrebbe generare causare nuove tensioni tra gli Stati partner.
Una insanabile frattura si è consumata in ambito NATO solo qualche mese fa con la scelta d’insediare nella base siciliana di Sigonella il centro di comando AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato che per imposizione di Washington vedrà l’utilizzo di aerei senza pilota Global Hawk di esclusiva produzione USA.
Oltre 80 arresti per i disordini a Bank of England
Non si fermano le mobilitazioni in opposizione al vertice del G20 di Londra. Questa mattina si è tenuto in presidio sul luogo dove è morto nella serata di ieri un manifestante anti-G20, centinaia i partecipanti che hanno ricordato il compagno e denunciato la violenza delle polizia. I cortei invece si sono spostati dalla City londinese all'Excel Center, dove si stanno tenendo i lavori del summit. L'area è militarizzata, tutte le vie d'accesso sono sbarrate da cordoni delle forze dell'ordine.
Nel pomeriggio nel frattempo la polizia ha effettuato 2 retate in 2 posti occupati delle realtà sociali londinesi e che stanno fungendo da centri di informazione per l'opposizione al vertice del G20. 80 persone sono state arrestate, sospettate di essere responsabili dei violenti scontri scoppiati ieri nell'assalto della Bank of England. Tutti sono stati ammanettati, filmati, interrogati e più tardi rilasciati. Un giovane francese ha dichiarato alla stampa: "Hanno sfondato la porta, ci hanno presi a pugni, ci hanno puntato i mitra addosso".
L'assedio al vertice comunque non si ferma! Migliaia di persone sono in questo momento (tardo pomeriggio) ancora riunite nei pressi della Bank of England, ad un passo dall'Excel Center...
Dopo gli scontri di ieri nella City, in cui ha perso la vita un uomo, oggi circa 200 manifestanti si sono radunati presso il centro conferenze dove è in corso il vertice dei leader dei Paesi industrializzati ed emergenti.
Il G20 di Londra si tinge di sangue. La giornata di ieri in cui la protesta ha invaso le strade di Londra si è conclusa con la notizia della morte di uno dei manifestanti, probabilmente uno dei feriti negli scontri che hanno accompagnato il vero e proprio assedio della città degli affari londinese. Ed è proprio accanto alla sede della Banca d'Inghilterra, secondo le prime notizie fatte filtrare dalla polizia, che è stato trovato il corpo senza vita di uno dei manifestanti.
Le proteste di ieri sono continuate per tutto il pomeriggio, contro il verice del G20 che vi sarà oggi, altra giornata che si annuncia di battaglia per gli anti-G20.
Nel corso dei cortei londinesi diverse vetrate di banche sono andate in frantumi.
Ma l'azione più importante è indubbimanete stata quella dell'assalto mosso contro la Royal Bank of Scotland: parte delle vetrate sono state distrutte, diversi compagni si sono introdotti dentro la filiale bancaria, e di fronte all'irruzione della polizia i manifestanti hanno fatto resistenza dall'interno lanciando mobili e suppellettili. 24 sono stati gli arresti a fine giornata.
Oggi le manifestazioni si concentreranno all'ExCel Centre a Docklands, nella parte orientale della città, dove avverrà il vertice. 4 i cortei di protesta, "I Cavalieri dell'Apocalisse", come è stata soprannominata la manifestazione, usciranno da altrettante stazioni del metro e convergeranno verso le sedi della Bank of England e l'ambasciata Usa: da Moorgate il rosso, che rappresenta gli orrori della guerra; da Liverpool Street, il verde, che simboleggia i cambiamenti climatici; da London Bridge, l'argento, simbolo dei guai creati dai finanzieri; e da Cannon Street, il nero, che ricorda quanti hanno perso il lavoro per la crisi. Dopo il corteo di sabato scorso, ieri le manifestazioni contro il vertce del G20 hanno fatto il passo più atteso, nella contestazione di quei "grandi" che hanno prodotto la global crisis e che oggi pretendono di riunirsi per trovar una ricetta risolutiva, nell'individuazione dei nemici contro cui chi non vuol pagare la crisi deve combattere!
Oggi prende dunque il via il vertice del G20. In arrivo i leader dei diversi paesi. Ed è stato proprio Obama ad inagurare i colloqui tra i potenti del mondo, incontrando il sud-coreano Lee Myung-bak. Poi incontrerà il re saudita Abdullah e il premier indiano Singh. Sul tavolo vecchie e nuove alleanze, impegni economici e strategici sulle aree sensibili del pianeta.In particolare i temi sono certamente quelli legati alla crisi economica.
In particolare tre; come usare la la politica espansiva di spesa pubblica, come evitare il protezionismo, come controllare i tossic assets. Gli Usa vorrebbero dai paesi europei un'azione coordinata fatta di spesa pubblica e di riduzione delle tasse di almeno 2%. Questo vorrebbe dire portare le economie dei principali paesi europei, già al tracollo, sul punto di non ritorno, con un - 12% sul Pil che, tradotto in posti di lavoro equivarrebbe a centinaia di migliaia di disoccupati. Sull'altro versante sull'asse Usa-Cina si sta giocando la fine del ruolo centrale del dollaro nell'economia mondiale, con differenti proposte e soluzioni che comunque riformulerebbero gli assetti a livello planetario. Ascolta l'intervista con Nicola Montagna da Londra
L'ordine di pagamento è partito oggi, ieri i dipendenti avevano costretto il numero uno dell'azienda ad assistere all'assemblea indetta per avere risposte.
Crisi, un manager sotto assedio per gli stipendi non pagati
Come in Francia? Bloccato AD dell'Omnia di Milano! MILANO. Nonostante la notizia, ancora in serata, abbia fatto fatica ad uscire sui media mainstream nazionali, è importante segnalare come anche nel nostro paese vi sia una primo, timido, riflesso del vento caldo proveniente dalla Francia. Nelle scorse settimane gli operai in lotta francesi sono stati capaci di alzare il tiro delle lotte, arrivando a sequestrare manager e dirigenti delle aziede di appartenenza per esigere delle risposte ed un cambiamento di rotta rispetto alle volontà di far "serrata per crisi".
A ventiquattrore dal sequestro di Francois-Henri Pinault, il re del lusso tenuto in ostaggio per un'ora da parte dai manifestanti francesi a Parigi, è toccato al primo manager italiano, Fernando Ruzza, amministratore delegato della Omnia Network, società di call center con clienti di primo piano nelle telecomunicazioni, parte di un gruppo che ha sedi anche a Corsico e in tutta Italia con circa tremila 300 dipendenti.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un annuncio in bacheca che informava di un nuovo ritardo nel pagamento degli stipendi.I dipendenti della sede in via Breda, a Milano, hanno indetto un'assemblea spontanea e poi si sono riuniti in un'assemblea in cortile, tenendo dentro per un'ora l'amministratore delegato finché questo non è sceso a parlare con i lavoratori. "Non è il primo episodio di slittamento nei pagamenti — dicono i lavoratori — Nei mesi scorsi erano intorno ai due o tre giorni, ma poi le tredicesime sono state pagate a gennaio inoltrato, mentre l'azienda si era impegnata a pagare gli stipendi di febbraio entro il 31 marzo, dopo numerosi slittamenti". I sindacati hanno deciso di aderire allo sciopero nazionale del gruppo.
Kante madre clandestina separata dal figlio dopo il parto perchè i medici la denuncianoAccade il 5 marzo scorso, Kate proveniente dalla Costa d'Avorio deve partorire ma dopo che suo figlio è nato, arriva una segnalazione alla Questura da parte dei medici dell'ospedale Fatebenefratelli di Napoli. Questa norma voluta fortemente dalla
Lega Nord all'interno del pacchetto sicurezza, però non è ancora entrata in vigore. Anche se mostra già i sui reali effetti. Trasformare i cittadini italiani in spie. Come in un grande fratello della sicurezza.Kante e il suo attuale compagno, raccontano il loro incubo: "In ospedale ci hanno chiesto i documenti, non gli è bastata la fotocopia del passaporto. Non gli è piaciuta la richiesta di soggiorno ormai scaduta. E per oltre 10 giorni mi hanno tenuta separata dal bambino". Undici giorni è rimasto Abu in ospedale: "Non lo hanno dimesso, non me lo hanno dato, fino a quando la Questura ha confermato la mia identità. Ho temuto che me lo portassero via, che non me lo facessero stringere più tra le braccia". Neanche il padre ha ottenuto che venisse dimesso: "Non ero presente al momento del parto - racconta l'uomo, Traore Seydou - E quindi il piccino è stato registrato con il nome della madre. "Non possiamo consegnarlo a te" mi hanno spiegato in ospedale. D'altra parte anche io sono senza permesso di soggiorno, in attesa che venga accolta la mia richiesta di asilo politico".
Kante fuggita dalla Costa d'Avorio due anni fa dopo che nel suo paese milizie governative del presidente Gbagbo le uccisero il marito. In Italia ha chiesto l'asilo politico ma ancora non ha avuto risposta. "Troviamo assurdo quello che ci è successo - raccontano
Kate e il suo compagno - credevamo che l'Italia fosse un Paese ospitale. Qui la gente non è cattiva. Mai sentito di madri denunciate dagli ospedali in cui avevano partorito"."Il parto è andato bene, nessuna complicazione. Ma non mi sono allontanata dall'ospedale fino a quando non mi hanno permesso di portare Abu con me. Sono rimasta lì, per 11 giorni. Certo ora, col bambino, diventa più difficile trovare un lavoro qui a Napoli. Però per 6 mesi non potranno cacciarmi dal Paese". Niente foglio di via, per chi ha partorito sul territorio nazionale. "Ma dopo?"
Questa vicenda mostra con tutta la sua crudeltà dove stanno portando i vari proclami e leggi a sfondo razzista che questo governo continua a proporre ed emanare. Giustamente non tutti i medici si prestano a diventare spie, anche se sembra che il governo non abbia intenzione di ascoltare le proteste che in questi mesi sono state portate dall'Ordine de Medici, dalle associazioni sindacali, dalle forze sociali e politiche.
No alle discriminazioni! No al Pacchetto Sicurezza! Napoli h 16.30 - Presidio sotto l'Ospedale Fatebenefratelli
Kante è una rifugiata politica della Costa D'Avorio. Kante è una donna che ha scelto di partorire all'Ospedale Fatebenefratelli di Napoli, in un paese, l'Italia, in cui emergono forme di discriminazione sempre più gravi e preoccupanti. Kante è stata denunciata alla polizia con un fax dal Fatebenefratelli e il figlio neonato le è stato sottratto per quasi dieci giorni!! In attesa "di una verifica sulla sua identità"... Il permesso di soggiorno di Kante infatti è scaduto, mentre è in atto il suo ricorso per ottenere l'asilo politico. Ma non è questo il punto in questione: la denuncia di Kante nasce dalla vergognosa ansia di applicare le norme contenute nel cosiddetto "pacchetto sicurezza", come quella che annulla il divieto di segnalazione per i migranti irregolari che vanno a curarsi o, come nel suo caso, a partorire. Un provvedimento che fà a pezzi le regole base del giuramento di Ippocrate e della convivenza civile. Un'iniziativa illegale, quella del Fatebenefratelli, perchè il pacchetto sicurezza non è ancora legge dello Stato e quindi vige sempre il divieto di segnalazione. Ma anche un'iniziativa che dimostra la barbarie che ci aspetta se venisse approvato. In questo caso non solo per gli immigrati irregolari ci sarà il rischio di segnalazione ed espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino, con un'incredibile condanna preventiva alla clandestinità amministrativa per le nuove generazioni! Non è un caso che questa prima applicazione illegittima del pacchetto sicurezza avvenga proprio sul corpo di una donna, le più esposte e ricattabili anche all'interno della già difficile condizione dei migranti e dei rifugiati in Italia. Dobbiamo mobilitarci subito, per pretendere provvedimenti immediati contro i responsabili di quest'assurda iniziativa e per chiedere con forza che il "pacchetto sicurezza" non sia approvato. Diritti e dignità per tutte e tutti! Giovedì 2 aprile ore 16.30 - Presidio sotto l'Ospedale Fatebenefratelli (via Manzoni 220, a 500 mt dalla fermata della funicolare di Mergellina)
Partecipano al Presidio: Rete Antirazzista Napoletana - Medicina Democratica - Giuristi Democratici - Comitato Immigrati di Napoli - Cgil - Onda Studentesca Napoletana - Associazione Libera - ASGI (ass. studi giuridici immigrazione) - Centri Sociali Napoletani - Cantieri Sociali - Coop. Dedalus - Associazione Priscilla - Collettivo Tiresia - Collettivo femminista Sora Rossa - Collettivo femminista Pachamama - Collettivo femminista Degeneri - UDI - Movimento Precari Banchi Nuovi - Collettivo NoBorder_Napoli - Confederazione Cobas - Less - Assopace Napoli - ASSNI - Associazione senegalese - Ciss
Attività economiche e trasporti in sono oggi paralizzate in Grecia a causa di uno sciopero generale indetto contro la politica economica del governo, in coincidenza con il vertice dei G20 a Londra. Convocato dalle due principali organizzazioni sindacali greche, la Adedy che riunisce i lavoratori del settore pubblico e la Gsee del settore privato, l’astensione dal lavoro durerà per tutta la giornata. “Non fate pagare la crisi ai lavoratori” è lo slogan scelto dagli organizzatori della protesta; invito che è stato fatto proprio anche dal presidente della repubblica Karolos Papoulias in un incontro svoltosi ieri con i sindacalisti. Almeno 10.000, secondo i mezzi d’informazione greci, i partecipanti alla manifestazione organizzata stamattina dalle organizzazioni sindacali per le strade della capitale, mentre ulteriori mobilitazioni sono previste in serata. Gravi ritardi e moltissime cancellazioni sono state registrate nei collegamenti aerei e marittimi da e per la Grecia, mentre la compagnia aerea Olympic Airlines, privatizzata di recente, ha annunciato la cancellazione di 70 voli dei quali 11 internazionali, con destinazione Londra, Parigi, Francoforte, Roma Milano, Istanbul, Alessandria e Bucarest. La compagnia Aegean, a sua volta, ha cancellato 24 voli interni e uno internazionale. Sospesi tutti i collegamenti con le isole per 24 ore, mentre forti perturbazioni sono previste anche nel traffico ferroviario e urbano. La stampa domani non sarà in edicola. Secondo il partito comunista (Kke), lo sciopero di oggi è “un test” per dimostrare la capacità della classe lavoratrice di portare avanti la battaglia per i propri diritti malgrado o soprattutto durante la crisi. Una crisi che in Grecia ha ridotto la crescita del Pil per il 2009 dal 4% stimato inizialmente dal governo allo 0,2%, e che sta provocando problemi nel settore turistico e nel commercio.
La ricetta Usa contro la crisi? "Una strada per l'inferno" di Enrico Piovesana
Londra si prepara al summit dei G20 di giovedì in un clima di tensione che ricorda quello che precedeva il tragico G8 di Genova del 2001. Le autorità danno per scontati violenti disordini in occasione delle proteste del movimento no-global e anti-capitalista che scenderà in piazza con lo slogan "Assalta le banche!". Un esercito di almeno 10 mila agenti antisommossa è pronto a fronteggiare i manifestanti che sfileranno nella capitale britannica. Usa ed Europa su posizioni diverse. Una vigilia di tensione non solo per il timore di violenze, ma questa volta anche per i profondi dissensi emersi tra gli stessi 'grandi' sulle ricette per uscire dalla crisi. Mentre gli Stati Uniti - assieme alla Gran Bretagna - puntano tutto sui piani statali di stimolo e di salvataggio, l'Europa continentale - Germania in testa - chiede nuove regole per i mercati finanziari e mette in guardia contro i rischi dell'approccio Usa, definito addirittura "una strada per l'inferno" dal presidente di turno dell'Unione europea, Mirek Topolanek. Secondo i leader del vecchio continente, l'enorme indebitamento pubblico necessario a finanziare piani anti-crisi 'all'americana' getta le basi di una futura crisi ancor più catastrofica di quella attuale. Il rischio del super-indebitamento. Il trilione e mezzo di dollari che Bush e Obama hanno finora stanziato nei loro piani di stimolo e di salvataggio sono finanziati con l'emissione di titoli di debito pubblico. Poiché nessuno si illude che siano i cittadini a prestare soldi allo Stato comprando questi titoli (il clamoroso fallimento dell'ultima asta di bond inglesi ne è la riprova), il Tesoro Usa prevede di 'monetizzare' questo megadebito, ovvero di venderlo alla banca centrale, la Federal Reserve, che lo acquisterà emettendo moneta nuova di zecca. Il massiccio aumento della massa monetaria produrrà inevitabilmente due effetti: un forte aumento dei prezzi (la cosiddetta 'imposta da inflazione') e una svalutazione del dollaro che ne minaccerebbe lo status di valuta di riserva internazionale. La fine dell'era del dollaro? Se l'effetto iper-inflattivo della monetizzazione del debito preoccupa per le sue esplosive conseguenze sociali, il crollo del biglietto verde fa tremare tutti i Paesi che detengono riserve in dollari: in particolare la Cina, nelle cui casse si sono accumulati oltre un trilione di bond Usa che rischierebbero di diventare carta straccia. Da qui la proposta che la Cina, assieme alla Russia (e all'India, al Brasile, alla Corea del Sud e al Sudafrica), presenterà giovedì al G20 di Londra: abbandonare il dollaro, ormai poco affidabile, come valuta di riserva internazionale, e adottare al suo posto una valuta sovranazionale. I banchieri centrali dei Paesi emergenti propongono di usare il vecchio Sdr (Diritto Speciale di Prelievo), usato fin dagli anni '60 solo per regolare le transazioni interne al Fondo monetario internazionale (Fmi), allargando il paniere di monete su cui viene calcolato il suo valore (oggi solo dollaro, euro, sterlina e yen). Verso un nuovo ordine mondiale. Il presidente degli Stati Uniti, ovviamente, ha già bocciato questa proposta: "Non credo ci sia bisogno di una valuta globale: il dollaro è ancora straordinariamente forte", ha dichiarato Obama nei giorni scorsi. Più possibilista è stato il suo ministro del Tesoro, Timothy Geithner: "Gli Usa sono abbastanza aperti a questa proposta", ha detto parlando a una conferenza del Consiglio delle Relazioni Esetere (Cfr) - che assieme ad altre potenti lobby come la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg hanno sempre sostenuto la necessità di una moneta globale come pilastro di un nuovo ordine mondiale. Forse questa 'rivoluzione' non vedrà la luce già al G20 di Londra di giovedì, ma appare evidente che alla fine di questa crisi economica (o della prossima) molte cose cambieranno.
Mancava solo la fiducia alla Knesset. Che per 69 a 45, quattro gli astenuti, ha ratificato la nuova formazione di governo sull'asse Netanyahu-Lieberman. Il leader del Likud, nonché capo di governo, ha poi preso la parola per il rituale discorso d'insediamento. Neppure una parola sullo stato Palestinese, sul processo di pace. Una casualità? No, indizio lampante di come, anche con un accordo con il Labour Party, la logica perseguita sia, e sarà, quella degli interessi di Tel Aviv, dell'incremento dello sfruttamento di territori.
Ovviamente dure critiche sono piovute dall'opposizione, dalla stampa, dal mondo arabo non solo palestinese. "Netanyahu ha rivelato sé stesso - ha detto Nabil Abu Rudeina, portavoce dell'Anp - non assumendo alcun impegno sugli obblighi ereditati dal passato e non dicendo ancora una volta nulla sulla soluzione dei due Stati per due popoli. Se Netanyahu proseguirà su questa strada distruggerà ogni possibilità di soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, compromettendo non solo le relazioni bilaterali, ma anche l'agenda regionale sostenuta da Usa, Russia, Ue e Onu attraverso la road map".
E a parlare è l'Anp di Abu Mazen che più volte ha dimostrato di non avere a cuore la Palestina quanto la gestione del potere. E forse proprio da questa dichiarazione si può comprendere, per i pochi che ancora fossero convinti dell'ipotesi dei due popoli-due stati, che oggi non è oggi più percorribile, se mai lo fosse stata in precedenza.
Ed a conferma di ciò proprio oggi il neo-ministro degli esteri Avigdor Lieberman ha dichiarato che Israele non sarà vincolato agli accordi del 2007, quelli della conferenza di pace di Annapolis per la creazione di uno stato palestinese. Insomma, il nuovo vento che spira su Israele certo non porterà pace per i palestinesi, ma ancora guerra e possibili ridiscussioni dei territori, dei loro assetti.
Israele rivendica il sanguinoso raid aereo in Sudan
Il sito ufficiale israeliano Ynet ha reso nota la rivendicazione del raid israeliano di gennaio contro un convoglio in Sudan. "L'attacco aereo israeliano in Sudan lo scorso gennaio contro camion carichi d’armi iraniane dirette a Gaza sarebbe stato effettuato una settimana dopo che era pervenuta a Gerusalemme l’informazione di intelligence sulla natura del convoglio, e ha visto in azione decine tra jet da combattimento e aerei senza pilota. Lo hanno detto fonti della difesa israeliana alla rivista americana Time. In un commento apparso sullo stesso sito si legge che "L’equilibrio del terrore instaurato a metà anni novanta con i due grandi attentati in Argentina all’indomani dell’uccisione dell’allora capo di Hezbollah Abbas al-Musawi spinse Israele a concentrare le sue operazioni solo contro il gruppo Hezbollah, e non contro i suoi padrini Siria e Iran. Ma le recenti operazioni attribuite a Israele contro armi iraniane in Sudan e contro obiettivi in territorio siriano costituiscono un forte indizio che quell’equilibrio del terrore è saltato.
La maggioranza degli israeliani scontenta del nuovo governo
Il 54 per cento degli israeliani non è contento del nuovo governo del premier Benjamin Netanyhau, che ha giurato ieri di fronte alla Knesset. Lo rivela un sondaggio realizzato dall'istituto Dialog e pubblicato oggi dal quotidiano Haaretz. L'opinione pubblica israeliana non gradisce in particolare l'elevato numero di ministri del nuovo governo (ben 30), e ritiene che alcuni di essi non siano all'altezza delle sfide che dovranno affrontare. Secondo il sondaggio, in molti ritengono che la presenza di ministri come Avigdor Lieberman, il leader della destra ultrasionista e nuovo capo della diplomazia, o Yuval Steinitz, il nuovo ministro delle Finanze, non agevolerà il lavoro dell'esecutivo. Appena un 25 per cento si dice soddisfatto della nomina di Lieberman come nuovo ministro degli Esteri. La maggior parte degli israeliani ritiene invece che il leader di Yisrael Beiteinu non sia adatto a rappresentare lo Stato di Israele all'estero, così come sono molti coloro che sostengono che Steinitz non abbia sufficiente esperienza per reggere il ministero delle Finanze in una stagione di crisi come questa.
Il Venezuela conferma che non riallaccerà relazioni diplomatiche con Israele
Il presidente del Venezuela Hugo Chavez ha dichiarato lunedì alla tv Al-Jazeera che il suo governo non intende riallacciare le relazioni diplomatiche con Israele, definito come un paese “dalla dirigenza genocida subordinata agli Usa”.
Il presidente Barak Obama batte i pugni: "Non vogliamo, non possiamo e non lasceremo scomparire l'industria automobilistica americana". E' categorico l’inquilino della Casa Bianca nell'annunciare che il suo governo non accoglie i piani di rilancio presentati dalle grandi compagnie che "non si stanno muovendo nella giusta direzione".
È dunque tempo di terremoti a catena nel mondo dell'auto: mentre Rick Wagoner, presidente e amministratore delegato della General Motors, si è dimesso dopo le critiche del presidente Usa, in Francia è stato estromesso Christian Streiff, presidente del comitato di sorveglianza di Peugeot-Citroen. A ciò si aggiunga che, se entro trenta giorni non sarà raggiunto un accordo con la Fiat, il governo americano lascerà che anche la Daimler-Chrysler fallisca. Immediati i contraccolpi dei titoli automobilistici nelle Borse mondiali: Renault -6%, Peugeot -5,6%, Daimler -5,1%, Fiat -9,1%. Ancora peggiore, se possibile, la reazione di Wall Street: in apertura di contrattazioni il titolo GM apriva in calo del 29,83%, per poi limitare le perdite a quota 25,97%.
Assicurando di non voler veder "svanire" l'industria automobilistica in profonda crisi, il presidente americano ha però affermato l’impossibilità di “continuare a perdonare le decisioni sbagliate" della sua dirigenza. "Non possiamo subordinare la sopravvivenza della nostra industria automobilistica ad un flusso senza fine dei soldi dei contribuenti", ha detto ancora il presidente Usa che, in apertura del suo discorso, ha ricordato le principali vittime di questa situazione: gli operai del settore che continuano a perdere posti di lavoro nonostante "lavorino in modo indefesso”.
Questo infatti rappresenta il vero dramma che si continuerà a consumare nell’industria automobilistica a stelle e strisce. Se quella che il presidente vuole è una rivoluzione verde nel segno della sostenibilità, appare evidente che General Motors e Chrysler hanno bisogno di un nuovo inizio. Il metodo seguito può, tuttavia, produrre esiti assai diversi: ''So che davanti alla parola bancarotta la reazione della gente può essere di choc - ha aggiunto Obama - ma io intendo usare le nostre leggi esistenti come uno strumento che, insieme al supporto del governo americano, può rendere più semplice per General Motors e Chrysler'' superare i vecchi debiti e risollevarsi per poi tornare al successo.
È tuttavia un peccato che questo genere di choc sia generalmente sopportato da tutti quei lavoratori salariati colpevoli solo di seguire troppo fedelmente gli ordini della dirigenza. Le difficoltà che affronta l’industria dell’auto, in America come nel resto del mondo, sono dovute infatti in gran parte, alla debolezza dell’economia, ma anche dall’incapacità dei manager di Detroit di produrre un’auto degna del nuovo millennio.
Nel suo discorso, Obama ha dato un vero ultimatum alle compagnie automobilistiche: 60 giorni alla General Motors per presentare un nuovo piano di ristrutturazione, stringendo accordi con creditori e sindacati ai quali il presidente ha chiesto "dolorose concessioni”. Lo stesso presidente ha poi dato 30 giorni alla Chrysler per concludere l'accordo con Fiat, sottolineando che se le due compagnie avranno successo il governo valuterà "la concessione di 6 miliardi di dollari per aiutare il loro piano". Se GM è in piena crisi la Chrysler forse sta, infatti, anche peggio: accordo con Fiat entro un mese o liquidazione.
Responsabili dell’amministrazione statunitense, secondo la stampa americana, ritengono che la Chrysler non può funzionare come una compagnia indipendente nella situazione attuale. La proposta di alleanza fra le due società prevede che la Fiat rilevi il 35% di Chrysler in cambio dell'accesso alla propria tecnologia. Entro un mese, inoltre, Chrysler dovrà raggiungere accordi per tagliare ulteriormente il proprio debito. Parafrasando Bizio, “o fusione o morte”.
"Negli ultimi tempi la Chrysler ha individuato un potenziale partner, la compagnia automobilistica internazionale Fiat" ha spiegato Obama, sottolineando come la compagnia sia "pronta a trasferire la sua tecnologia di punta alla Chrysler e, dopo aver lavorato a stretto contatto con il mio team, si è impegnata a costruire nuove auto e basso consumo qui in America". Tre ore dopo il discorso di Obama, arriva puntuale l'annuncio del Ceo di Chrysler, Bob Nardelli: la Fiat ha raggiunto un accordo di massima su una nuova partnership con la casa automobilistica statunitense. Secondo il gruppo Usa, Fiat "rafforza la capacità del gruppo Chrysler di creare e preservare posti di lavoro negli Usa". Della serie: pecunia non olet.
Da parte sua, l'Ad della Fiat, Sergio Marchionne, ha ringraziato ''pubblicamente il Presidente Obama a nome di tutto il management del Gruppo Fiat ed ha precisato che i colloqui con la Task Force del presidente Obama “sono stati serrati ma leali”. Il compito di GM e Chrysler è dunque quello di elaborare nuovi piani che siano in grado di offrire al popolo americano la fiducia necessaria. Va infatti ricordato che l'amministrazione Bush lo scorso anno aveva già approvato un bail out di 17 miliardi di dollari per l'industria automobilistica, 13,5 alla Gm e 4 alla Chrysler.
Da qui l’esigenza - secondo la Casa Bianca - di una linea dura contro una politica di immotivati interventi pubblici nell’economia. ”Fatemi essere chiaro, il governo americano non ha alcun interesse o intenzione di guidare la GM - ha detto Obama - quello che ci interessa è dare alla GM l'opportunità di fare quei cambiamenti estremamente necessari per farla uscire dalla crisi più forte e competitiva".
Chiarezza questa che sa di presa in giro. Non si capisce e non si capirà mai, infatti, il perché quando è una banca a dover fallire, magari per aver tenuto condotte iperspeculative, arriva immediato l’intervento della Federal Reserve, prontissima a stampare un mucchio di carta straccia, mentre il governo si dice solo dispiaciuto davanti a “buoni uscita” quantitativamente e moralmente incomprensibili. Se, invece, ad aver bisogno di aiuto è un settore che con l’indotto dà lavoro a quasi quattro milioni di posti di lavoro, come quello dell’auto, di pronto c’é solo il dito indice alzato e tante parole fuorvianti e tardive.
Se vi fosse stato vero interesse per l’industria dell’auto, oggi non ricorderemmo più neanche il rumore delle macchine con motore a scoppio, avendo il brevetto del motore elettrico quasi un quarto di secolo. Cambiare era possibile e dunque doveroso. Se siamo arrivati qui è solo perché in America il Presidente ha si l’ultima parola, ma solo quella. C’è qualcosa di molto più grande dietro al trono del re.
di Fulvio Lo Cicero Un provvedimento studiato per il popolo delle partite Iva e per chi ha i capitali per ristrutturare. Ma, per fortuna, alcune Regioni già pensano di sfruttarlo per incrementare l’edilizia convenzionata. Aiuti a chi ha una casa e i soldi per ampliarla. Questo è il succo della “filosofia” berlusconiana che ancora una volta si afferma in Italia. Poi, un domani, non si sa come e con quali soldi, Berlusconi ha promesso le “new towns”, nuovi insediamenti abitativi agevolati soprattutto per le coppie di giovani, che vogliono mettere su famiglia. Chissà quando. Governo e Regioni hanno trovato un accordo, che sembra soddisfare entrambi. Proprio grazie all’opposizione dei presidenti di Regione è stato accantonato il progetto originario – che lo stesso premier aveva sconfessato, pur essendo uscito dal suo Governo – e che consisteva in possibilità amplissime di aumenti volumetrici, a scapito delle competenze regionali in materia edilizia. Una vittoria del buon senso, certo, ma i rischi per il paesaggio non sono del tutto cessati, se si pensa a quello che potrà accadere in quei nuovi quartieri residenziali, dove centinaia di “villette a schiera” ora potranno ampliare terrazzi, soffitte, mansarde, coprendo e occultando viste e luci. Pensiamo soltanto al contenzioso che potrà sorgere in conseguenza delle disposizioni di molte delle norme del codice civile, che tutelano il diritto del vicinato a non vedere deturpato o impedito del tutto le visuali e il godimento del paesaggio. Ma la “filosofia” berlusconiana si dimostra sempre uguale a se stessa. Si tratta di un provvedimento per le famiglie ricche, o comunque benestanti, che hanno ville e villette con giardino e che possono pensare ad una ristrutturazione la cui spesa non è inferiore ai settantamila euro. Ancora una volta, nessun provvedimento pensato da questo governo per venire incontro alle esigenze dei lavoratori, di chi è in cassa integrazione (con un salario di settecento euro), o a coloro che andranno ad ingrossare la flotta dei disoccupati nei prossimi mesi. Per tutti gli altri, per quelli che una casa non ce l’hanno, o per quelli che a malapena sono riusciti a comprare sessanta metri quadrati o che sono in affitto nelle grandi città, una promessa futura, una “nuova città”, ancora tutta da realizzare. Nello stesso tempo, un grande regalo al popolo delle partite Iva, al quale già, in apertura di governo, il ministro Tremonti aveva regalato prati infiniti di evasione fiscale, abolendo radicalmente tutti i provvedimenti del Governo Prodi in materia (tracciabilità dei pagamenti, obbligo di tenuta dell’elenco fornitori, fatturazione elettronica). Architetti, geometri, ingegneri, già sono assediati da clienti desiderosi di estendere le proprietà e dar così fondo alle proprie risorse bancarie. Ma, nel frattempo ringraziano. Nella conferenza stampa per illustrare quello che il premier vuole chiamare “piano famiglia” – ma dovremmo aggiungerci l’aggettivo “benestante” – Berlusconi ha detto che “se il 10% degli abitanti di abitazioni mono- bifamiliari usassero il piano avremmo un'immissione nell'economia di circa 60-70 miliardi di euro che vengono tolti dai depositi bancari. Si tratta di 4-6 punti del Pil”. Cifre per ora ipotizzate e non suffragate da alcuna seria ricerca quantitativa. Dagli interventi sono esclusi i condomini e i centri storici, oltre alle aree protette e soggette a vincoli. Gli ampliamenti massimi non dovranno superare i 200 metri quadri ma il provvedimento prevede che le Regioni, nell’ambito dei loro poteri legislativi, potranno anche aumentare tale soglia. Il Governo emanerà un decreto legge, da discutere con le Regioni, che avranno poi novanta giorni per legiferare. Che lo stratagemma berlusconiano di trasferire i capitali di chi ce l’ha presso i capienti conti bancari di progettisti e imprenditori edili non possa risolvere i drammatici effetti della crisi economica lo riconosce esplicitamente anche il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani, pur soddisfatto per l’accordo, il quale ha rimarcato che “bisogna affrontare in tempi rapidi quella che è un'emergenza: la locazione, l'affitto sociale. Questo è il piano casa”, aggiungendo che questa condizione riguarda “famiglie e persone che non hanno reddito per pagare l'affitto di mercato”. Secondo la Cgia di Mestre (l’associazione degli artigiani), il provvedimento dovrebbe coinvolgere di più il Meridione, soprattutto a causa della presenza di molte abitazioni mono-bifamiliari e di edilizia fatiscente. Ma, sottolinea l’associazione mestrina, “con i livelli di reddito e di risparmio presenti nel Sud, mediamente più bassi di quelli nel resto d'Italia, e la forte presenza di abusivismo e lavoro nero, è molto probabile che nella realtà il piano casa partorirà degli effetti più contenuti di quelli stimati”. Saranno ora le Regioni ad avere la possibilità di tramutare, almeno in parte, un provvedimento che riguarda sostanzialmente le famiglie benestanti in leggi in grado di rispondere al bisogno primario di abitazione da parte soprattutto delle famiglie più povere. È quanto prospetta, ad esempio, Mario Di Carlo, assessore della Regione Lazio per le politiche della casa, secondo il quale si può pensare di raggiungere l’obiettivo di far sì che “l'edilizia residenziale pubblica possa godere di questi premi di cubatura per svilupparsi e che si introduca la possibilità, attraverso possibili sistemi premianti, di attrarre anche investimenti privati nella realizzazione di alloggi per le categorie più deboli. L'obiettivo è scrivere regole che consentano di realizzare nei prossimi anni almeno 20.000 nuove abitazioni di edilizia residenziale pubblica. È un obbiettivo ambizioso ma raggiungibile, 20.000 nuovi alloggi rappresentano infatti un aumento di circa il 20% delle attuali 87.000 abitazioni possedute dalle 7 Ater della Regione Lazio”.
Le proteste contro il vertice dei capi di Governo hanno preso di mira in particolare gli uffici della Royal Bank of Scotland
Tafferugli tra polizia e manifestanti nel cuore del distretto finanziario. I dipendenti delle grandi istituzioni finanziarie bloccati nei loro uffici. Immagini amatoriali:Un telespettatore londinese ha ripreso gli scontri nei pressi della Royal Bank of Scotland
Altri video
G20, corteo di Londra: le immagini amatoriali
"Sequestrati" centinaia di impiegati, manganelli, lacrimogeni e cariche della polizia Impegnati circa diecimila poliziotti, undici arresti, vetrine in frantumi Londra, migliaia contro i G20 Nella City banche assediate LONDRA - La City di Londra occupata da 8.000 manifestanti, le banche assediate, "sequestrati" centinaia di impiegati asseragliati negli uffici. A ventiquattro ore dal G20 scoppia la rabbia dei no global. Bottiglie, lattine, anche scarpe volano contro gli agenti che rispondono con lacrimogeni e manganelli. Circondata da migliaia di manifestanti la Royal Bank of Scotland vicino alla Banca d'Inghilterra. Cariche della polizia anche a Cannon Street. In frantumi alcune vetrine. Un piccolo gruppo, in gran parte a volto coperto, ha fatto irruzione nella sede della Bank of Scotland. Secondo Sky News, all'esterno della Bank of England un poliziotto è stato colpito con una grossa sbarra. La tensione nella capitale è alta. Quattro cortei, partiti da altrettante stazioni della metropolitana, stamane si sono raccolti nel centro della città finanziaria. Lungo il tragitto decine di impiegati della City, affacciati alle finestre, lanciavano biglietti da 10 sterline, mentre la folla sottostante reagiva con urla e invettive. Almeno 11 persone sono state fermate: tre degli arrestati erano armati di coltello. Il Times ha descritto il clima e le misure pre-vertice, definendo Londra come una ''fortezza'', mentre il quotidiano City AM titola la sua prima pagina ''G20: Una città sotto assedio''. Schierati diecimila poliziotti, un'operazione-sicurezza che costerà alle casse dell'erario inglese non meno di 8 milioni di euro. Tra i manifestanti anti-summit c'è chi protesta contro il riscaldamento terrestre e le politiche inadeguate contro i cambiamenti climatici, chi chiede la fine del coinvolgimento occidentale nella guerra in Iraq e in Afghanistan e chi, invece, chiede un'effettiva soluzione alla crisi economica globale.
Questa mattina il Times ha definito il vertice del G20 che si terrà domani nella capitale inglese come una "fortezza", il quotidiano City AM ha invece titolato: "G20: una città sotto assedio". E questo è il clima che si respira per le vie di Londra, mentre uno dopo l'altro arrivano i "grandi" del G20, ieri sono arrivati Barack Obama, Dmitry Medvedev, Hu Jintao, Ban Ki-moon, Silvio Berlusconi, Jose Manule Barroso e Luiz Inacio Lula da Silva. Per 48 ore Londra, o meglio, il vertice del G20, si prepara ad essere messo sotto assedio dai cortei di protesta e dalle tante iniziative che i gruppi anti-G20 metteranno in campo. Sabato scorso la prima uscita pubblica contro il vertice, oltre 50mila persone hanno sfilato per le vie londinesi. Quest'oggi si entra nel vivo delle manifestazioni: questa mattina migliaia e migliaia di persone hanno partecipato ai 4 diversi cortei diretti verso la Banca d'Inghilterra, cuore della city londinese. I manifestanti hanno fronteggiato i cordoni delle forze dell'ordine, premendo per poter raggiungere la banca, venendo caricati a Cannon Street.
La polizia ha distribuito manganellate per contenere la folla, 6 gli arresti realizzati fino a questo momento. Nel corso dei cortei diverse vetrine della Bank of Scotland sono andate in frantumi, nonostante le misure di sicurezza avessero cercato di proteggerle attraverso l'uso di assi di legno. Londra questa mattina si è presentata blindata. Oltre 5mila poliziotti mobilitati, cecchini sopra i tetti, tomboni bullonati, 3mila telecamere di sicurezza attivate. Le vetrine di negozi e ristoranti sono state sbarrate con delle assi di legno. Stesse misure per il monumento ai caduti davanti alla Royal Exchange, un tempo centro del commercio e ora centro commerciale. Ma le misure più importanti, la blindatura più ingente è quella del quartiere finanziario di Londra: presidiate e protette Banca d'Inghilterra, Borsa di Londra e tutte le altre istituzioni finanziarie. Transenne di ferro e guardie circondano anche il quartier generale della Royal Bank of Scotland, la banca fallita salvata dal governo, l'ex numero uno di Rbs Fred Goodwin è stato duramente contestato in Gran Bretagna per gli alti salari dei dirigenti.
I dipendenti della società di Grenoble hanno ottenuto le rassicurazioni che volevano: la riapertura dei negoziati sul piano di ristrutturazione della filiale
Grenoble, gli operai accettano di liberare i dirigenti Caterpillar PARIGI - Gli operai della Caterpillar di Grenoble hanno accettato di liberare i quattro manager dell'azienda, sequestrati da oltre 24 ore, per consentire la ripresa di negoziati sul piano di ristrutturazione. "Le trattative proseguiranno alla Direzione dipartimentale del lavoro con la partecipazione dei vertici europei del gruppo, dello Stato francese e dei dirigenti americani dell'azienda", ha riferito Pierre Piccarreta, delegato della Cgt. "La direzione accetta di pagare i tre giorni di sciopero, una decisione storica", ha aggiunto. La situazione si è sbloccata dopo che il presidente Nicolas Sarkozy ha accettato di incontrare i dipendenti della Caterpillar. Il presidente ha quindi risposto positivamente alla richiesta fatta dalle organizzazioni sindacali che gli avevano chiesto un incontro e un intervento per sbloccare fondi europei utili a sostenere l'impresa, che ha annunciato 733 licenziamenti. "Salverò lo stabilimento", ha detto il capo dello Stato francese, aggiungendo di contare su "sindacati responsabili". I manager della Caterpillar, che produce macchine da lavoro, hanno passato la notte in fabbrica, dormendo sulla moquette di un ufficio della direzione. Il sequestro dei manager della Caterpillar è stato il terzo del genere avvenuto in Francia nelle ultime settimane, dopo quelli dei dirigenti di Sony France e dell'azienda farmaceutica 3M, in clima sociale teso, alimentato da annunci di chiusure di fabbriche e di licenziamenti. Ieri sera il patron del gruppo di lusso e distribuzione Ppr, Francois-Henri Pinault, è stato bloccato per un'ora in un taxi, a Parigi, da una cinquantina di dipendenti in stato di agitazione contro la prospettiva di 1.200 licenziamenti.
Le lotte operaie francesi proseguono, affrontando di petto la crisi e le volontà di chiusura degli stabilimenti che molti dirigenti di fabbriche stanno paventando. Si estende a macchia d'olio la pratica di inchiodamento alle proprie responsabilità mossa dai lavoratori e dalle lavoratrici nei confronti dei manager d'azienda.
Quest'oggi il direttore del personale e altri 4 manager della Caterpillar sono stati "messi sotto chiave" nella sede di Grenoble. I lavoratori impediscono loro di uscire dall'ufficio e chiedono di riaprire le trattative arenatesi sulla decisione dell'azienda di licenziare 733 delle 2500 persone che lavorano in Francia per la multinazionale statunitense, leader nella costruzione di macchinari per il movimento terra. "Libertà in cambio di trattativa", questo l'aut-aut posto degli operai.
Metodo, quello del sequestro, che finora (questo come tutte le altre iniziative operaie intraprese in altre fabbriche francesi) sta dando i suoi frutti, obbligando i padroni a scendere a trattative, costringendoli a rivedere le proprie decisioni sul versante produttivo e occupazionale.
In vista del G20 il distretto finanziario di Londra si è blindato.
Quattro grandi marce di proteste,"I Cavalieri dell'Apocalisse", usciranno da altrettante stazioni del metro e convergeranno verso le sedi della Bank of England e l'ambasciata Usa.
Mentre ai bancari della city è stato suggerito di andare a lavorare senza il completo scuro di ordinanza, i diversi istituti di credito hanno rivisto i loro sistemi di sicurezza.
Eurostat ha diffuso i dati relativi al mese di febbraio. Il tasso dei senza lavoro è cresciuto dello 0,2 per cento rispetto all'8,3 per cento di gennaio. In un anno l'incremento è stato dell'1,3 per cento.
BRUXELLES - Disoccupazione in aumento nella zona euro: l'Eurostat ha comunicato che a febbraio il tasso è salito all'8,5% dall'8,3% di gennaio e dal 7,2% dello stesso mese del 2008. Stessa dinamica nella Ue-27, dove la disoccupazione a febbraio 2009 è risultata del 7,9% rispetto al 7,7% di gennaio e al 6,8% di febbraio 2008.
Eurostat stima che 19,156 milioni di uomini e donne dell'Unione europea, di cui 13,486 milioni nella zona dell'euro, erano senza un lavoro a febbraio 2009. Rispetto a gennaio, il numero dei disoccupati è aumentato di 478.000 nella Ue-27 e di 319.000 nella zona della moneta unica. Rispetto a febbraio 2008, la disoccupazione è salita di 3,019 milioni nell'Unione europea e di 2,125 milioni nella zona dell'euro.
Il tasso più alto di disoccupazione si è registrato in Spagna (15,5%), Lettonia (14,4%) e Lituania (13,7%), mentre il più basso in Olanda (2,7%). Per l'Italia non è disponibile il dato di febbraio 2009, ma la disoccupazione nell'ultimo trimestre del 2008 era al 6,9%.
Rispetto a un anno fa, sette Stati membri hanno registrato una diminuzione della disoccupazione e 19 un aumento. La Bulgaria è quello che ha visto il calo più elevato (da 6,2% a 5,5%), assieme a Slovacchia (da 10,2% a 9,8%), mentre in forte aumento quella di Lituania (da 4,4% a 13,7%), Lettonia (da 6,1% a 14,4%) e Spagna (da 9,3% a 15,5%).
Tra febbraio 2008 e febbraio 2009 nella zona euro la disoccupazione maschile è passata dal 6,5% al 8,1%, mentre quella femminile è salita dall'8,2% all'8,9%. Nell'Ue a 27 invece, gli uomini senza lavoro sono passati da 6,2% a 7,8%, e le donne da 7,4% a 8%.
Drammatico rapporto dell'Ocse: «La crescita è collassata»
di Roberto Tesi
Nel 2009 la prima recessione globale del dopoguerra: il Pil in retromarcia del 2,7%. -4,3% per l'Italia.
Un rapporto drammatico, l'Economic outloook presentato ieri ufficialmente dall'Ocse. Drammatico fin dalla prima tabella che ha un titolo eloquente: «La crescita è collassata», come dimostrano le cifre delle previsioni sulla crescita nel 2009. Le cifre ci dicono che nei 30 paesi Ocse (i più industrializzati del mondo) quest'anno il Pil andrà indietro del 4,3% e che il tasso di disoccupazione salirà al 8,4% per poi sfiorare la soglia del 10% nel 2010 che sarà un altro anno di recessione anche se più contenuta visto che il prodotto lordo diminuirà di appena lo 0,1%.
E, a proposito di disoccupati, secondo Klaus Schmidt-Hebbel, capo economista dell'Ocse, all'interno del G7 il numero dei senza lavoro quasi raddoppierà rispetto a metà 2007 a 36 milioni e nell'area Ocse nel suo insieme salirà di 25 milioni. Per Klaus Schmidt-Hebbel, non vanno però ripetuti gli errori degli anni 70-80 quando molti Paesi ricorsero ai prepensionamenti per ridurre la disoccupazione e invece si ridusse la popolazione attiva e quindi la crescita.
La crisi globale non risparmia le altre aree del mondo. Non a caso l'Ocse prevede per quest'anno una caduta del Pil del 2,7%, accompagnata dal precipitare degli scambi internazionali in arretramento di oltre il 13%. La crisi globale colpisce indistintamente tutti paesi: chi di più come il Giappone dove il Pil diminuirà del 6,6% o la Germania (- 5,3% il Pil e le esportazioni in arretramento di un sesto visto che è prevista una caduta del 16,5%). Per gli Usa, l'Ocse vede un arretramento del Pil prodotto del 4,0%, leggermente meno del 4,1% dell'area dell'euro. Il tutto in presenza di un deficit di bilancio che globalmente sarà del 7,2% quest'anno e dell'8,7% nel 2010.Alla crisi, ovviamente, non sfugge l'Italia.
Il Pil quest'anno farà una marcia indietro del 4,3% (dopo il -1% nel 2008), e un -0,4% nel 2010. La disoccupazione si aggraverà salendo al 9,2% quest'anno e al 10,7% il prossimo (da 6,8% nel 2008), mentre l'inflazione si avvicinerà allo zero. Il deficit pubblico salirà al 4,7% nel 2009 e al 5,9% nel 2010 e il debito è stimato al 127,2% del Pil nel 2010 (da 113,1% del 2008). È il più alto dopo il Giappone.Vale la pena ricordare che solo in novembre, l'Ocse prevedeva una flessione del Pil italiano dell'1%, mentre nel 2010 con un timida ripresa il Pil sarebbe dovuto salire dello 0,8%. I dati diffusi ieri evidenziano una sensibile peggioramento: i consumi privati sono stimati in calo del 3% quest'anno e stagnanti il prossimo, i consumi pubblici dovrebbero salire di un limitato 0,3% e poi dello 0,2% nel 2010. Gli investimenti fissi lordi sono attesi in calo dell'11,7% ( -13,7% per il settore macchinari e impianti e -9,9% per le costruzioni.
La domanda interna dovrebbe così arretrare del 4,1% quest'anno e dello 0,1% nel 2010. Malissimo l'export: dovrebbe scendere del 15,9% nel 2009 e dell'1,1% nel 2010. All'Italia l'Ocse suggerisce una riforma del sistema pensionistico, della PA e maggiori sostegni ai disoccupati. Afferma l'organizzazione: occorre concentrare la spesa «per ampliare il supporto ai disoccupati e alle loro famiglie sarà più efficace nel sostenere la domanda degli aiuti ai settori industriali o degli sforzi per dirigere il prestito bancario». In tema di banche l'Ocse nota che non sono stati necessari interventi di ricapitalizzazione di emergenza, in quanto gli istituti italiani sembrano essere meno esposti ai titoli rischiosi di altri Paesi, in parte per effetto del comportamento conservatore e in parte per la prudenza normativa in fatto di concessione dei mutui«.
Tuttavia, rilevano gli economisti dell'Organizzazione, «le due banche principali (che rappresentano un terzo degli asset totali del settore) hanno acquisizioni nei Paesi dell'Europa dell'Est, in alcuni dei quali i problemi sono più gravi».
Confrontate le posizioni del Guardian con quelle di Rossana Rossanda uscite in contemporanea su il Manifesto, chi avrà compreso meglio lo stato in cui si trova l'Italia?
31 marzo 2009
Italia: L'Ombra del Fascismo
guardian.co.uk
L'obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è sembrato a lungo straordinariamente e spudoratamente ovvio. Fin da quando, nel 1993, egli è entrato nel vuoto politico creato simultaneamente dallo scandalo della corruzione del governo a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere sè stesso e il suo impero mediatico dalla legge. Durante il più lungo dei suoi tre periodi come Primo Ministro, Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte dominio sull'industria italiana dei media - ora ne possiede circa la metà - ma ha approvato una legge che gli garantiva l'immunità dai procedimenti giudiziari. Poi, quando la legge è stata dichiarata incostituzionale, il nuovamente rieletto Berlusconi l'ha ripresentata l'anno scorso con una nuova veste ed è riuscito a renderla effettiva.
Il successo di Berlusconi deve qualcosa alla sua propria audacia e molto alla profonda debolezza dei suoi oppositori. La sinistra italiana, in particolare, non è riuscita a preparare una vera opposizione. Perfino l'ultima azione di Berlusconi - la fusione nel suo nuovo blocco "Popolo delle Libertà", completato ieri, del suo partito personale Forza Italia con Alleanza Nazionale che deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini - potrebbe lasciare nella vita pubblica italiana un segno più duraturo di qualsiasi altra cosa il magnate abbia già fatto.
A differenza del dopoguerra tedesco, il dopoguerra italiano non ha mai affrontato del tutto i suoi strascichi fascisti. Il risultato è che, mentre il neofascismo non è mai riuscito a riemergere seriamente in Germania, in Italia ci sono state importanti continuità - leggi ereditate dall'era mussoliniana e la rinascità nel dopoguerra del rinominato Partito Fascista tra gli stessi ufficiali fascisti - nonostante la simbolica cultura anti-fascista italiana. Queste continuità sono semplicemente diventate più forti. E' il giorno della vergogna in Italia.
Tuttavia, AN ha fatto molta strada in 60 anni. Il suo leader, Gianfranco Fini, ha tolto i vecchi panni politici e ha condotto il partito verso il centro. Egli ha lavorato per più di 15 anni come alleato di Berlusconi. Parla della necessità di dialogare con l'Islam, condanna l'anti-semitismo ed è a favore di un'Italia multi-etnica - posizione che Berlusconi, con la sua campagna populista anti-zingari e anti-immigrati e la sua predilezione per il razzismo spinto, si sforzerà di far combaciare.
Nonostante le sue antiche origini liberali, l'Italia moderna è storicamente un paese di destra. E' un pensiero a dir poco sconvolgente che, tra i 20 leader mondiali al summit economico di Londra di questa settimana, ci sia un capo di governo che ha ricostruito la sua base politica su fondamenta messe dai fascisti e che dichiara che la destra resterà probabilmente al potere per generazioni per questo.
il Manifesto
31 marzo 2009
Non occorre il fascismo. In altri termini, perché imporre il dominio se si esercita l’egemonia?
di Rossana Rossanda
Non credo che il fascismo sia alle porte. Se le parole hanno un senso, ed è buon uso lasciarglielo, fascismo è quel che abbiamo conosciuto dal 1922 al ‘43: partito unico che si fa stato, fine delle elezioni e della divisione dei poteri, fine dei sindacati, illegittimità del conflitto di lavoro, fine della libertà di associazione e stampa, razzismo e singolarmente antisemitismo. Un regime del genere è oggi impensabile in Europa. Nell’evocarne golosamente due aspetti, poteri allargati del premier senza il contropotere d’un parlamento e di una magistratura indipendente, Berlusconi ha fatto una gaffe.
Che ne abbia profittato Fini è ovvio. E che lo faccia con l’intenzione di succedergli, tanto più che il Cavaliere non lascia spazio ai suoi, eccezion fatta per Letta, come eminenza grigia capace di tirarlo silenziosamente fuori dai guai, con stile opposto a quello che il boss coltiva per catturare la «gente». E che gli funziona, gli italiani avendo un’antica tendenza a farsi, da popolo, plebe; oggi non più stracciona, ma piccolo e medio borghese, egoista e sorda.
Questa massa sarebbe anche disposta a benedire, come i suoi nonni liberali, un fascismo tale e quale, ma Fini, che è più intelligente, ha capito che non solo sarebbe fuori tempo, ma non è necessario a un muscoloso dominio di classe. Per indebolire partiti e sindacati basta una democrazia elettiva disinnescata da idee forti, un’opinione coltivata con libero zelo dai media all’antipolitica, al decisionismo, ai privilegi e al razzismo; l’antisemitismo, dopo la Shoah e in presenza di Israele, non usa più. Per il resto basta una democrazia presidenziale, tendenzialmente bipolare, tendenzialmente d’opinione, spontaneamente non partecipata con contropoteri più che legittimati ma ridimensionabili in situazioni definite consensualmente di emergenza. Di che altro ha avuto bisogno Bush? Di che ha bisogno Sarkozy, cui de Gaulle ha già fornito nel 1958 quel che Berlusconi vorrebbe, e sta spossessando la magistratura dalla decisione di impostare o archiviare i processi? La democrazia elettiva ha permesso Bevan e Thatcher, Bush e Obama. Può oscillare fra apertura sociale pacifista e repressione sociale bellicista. Senza strappi istituzionali. Dipende dal carattere del presidente.
Fini ha una larga possibilità di farsi strada come più presentabile leader di destra, e Berlusconi ieri lo ha capito. Assisteremo al duello. Almeno finché non si presenterà uno scenario diverso. Oggi non c’è una opposizione capace di imporlo. Non quella moderata, mandata al tappeto da Veltroni e difficilmente resuscitabile dal volonteroso Franceschini e dai suoi modesti secondi ufficiali. Non quella detta radicale, che tutto si propone tranne dare una rappresentatività e qualche ragionevole speranza al blocco sociale dei salariati, dei precari, delle donne più coscienti di sé, dei cattolici non ratzingeriani, dei movimenti. Neppure ora che dentro tutta l’Europa monta la collera dei buttati fuori dal lavoro e dal sostentamento, di una intera generazione di giovani senza prospettiva; una massa che potrà sommarsi o, in mancanza di qualsiasi riferimento, scontrarsi con una immigrazione sicuramente crescente. Mai la sinistra è stata così vergognosamente assente, mai ha così abbandonato la protesta alla sconfitta o a rivolte riducibili a questione di ordine pubblico. Mai davanti a un sistema sociale incastrato nemmeno dalle sue contraddizioni ma dai più sfacciati e, a quanto pare, incontrollabili imbrogli. A tanto siamo a venti anni dal liberatorio 1989.
Grecia: incendiate banche e sedi di partito ad Atene e Salonicco
di Klaus Eisner
Una nuova serie di attacchi ha preso di mira stanotte diverse filiali di banche adAtene e Salonicco, dopo che già la giornata di ieri era stata caratterizzata danumerosi attentati incendiari contro sedi di partiti politici, attività commerciali ealcune banche, fortunatamente senza nessuna vittima.
Gli attacchi di stanotte, secondo quel che riferiscono i media greci citando fonti dipolizia, sono stati compiuti con ordigni artigianali contro quattro banche, unautosalone, diverse auto aziendali, delle poste e di altri enti pubblici allaperiferia di Atene.
Ieri sera, una serie di attentati incendiari erano stati compiuti contro gli ufficidi due viceministri del governo di centrodestra e quattro deputati della maggioranzae dell’opposizione a Salonicco, provocando danni ma nessuna vittima.
Gli attacchi seguivano a meno di 24 ore azioni simili contro uffici del partito digoverno Nuova Democrazia (ND), quattro banche e un salone di imbarcazioni da diportoad Atene.
Gli attacchi non sono stati ancora rivendicati, ma sono considerati opera diformazioni anarchiche e di estrema sinistra.
Da quando, lo scorso dicembre, ad Atene fu ucciso un studente di 15 anni dallapolizia, il conflitto sociale sta assumendo forme sempre più forti. Per mesi si sonosusseguiti cortei, manifestazioni con scontri e occupazione delle università.
Si parlò allora della generazione “700 euro”, giovani precari che come in tutto ilresto d’Europa sono tra quelli che più risentono della crisi economica, ma lecontestazioni coinvolgono in realtà ampi strati della popolazione mentre il consensointorno ai partiti di governo ha subito un vero e proprio tracollo.
Galoppa la disoccupazione in Germania. Rispetto a febbraio i senza lavoro sono 69mila in piú questo mese: si tratta dell’aumento piú consistente degli ultimi 4 anni.
E rischia di andare sempre peggio. Fino ad oggi la Germania è riuscita a frenare ladisoccupazione ricorrendo alle riduzioni d’orario e al tempo parziale. Ma la crisidelle aziende manifatturiere e del settore dell’auto rischia di aggravare lasituazione già a partire da aprile.
Ne è perfettamente consapevole il ministro tedesco del Lavoro.
“Molte aziende devono far fronte a un calo degli ordini e a un problema di domanda.Questo è sempre piú evidente nel mercato del lavoro e porta a un ulteriore aumentodella disoccupazione”.
La Germania è diventata la locomotiva d’Europa puntando sulle esportazioni. Ma se chiimporta è allo stremo, le merci non circolano e l’economia si ferma
Ieri sera 7 migranti rinchiusi nel Centro di identificazione ed espulsione di corso Brunelleschi di Torino hanno tentato la fuga, scavalcando il muro della struttura. 5 sono stati fermati dopo poco, mentre altri 2 sono ancora liberi.La fuga è avvenuta alle 22 circa. I migranti fuggitivi hanno atteso il rientro nel container di un migrante recatosi in infermeria. Quando la polizia ha aperto il cancello i migranti si sono fatti largo con alcuni spintoni contro gli agenti, dirigendosi e scavalcano la cinta del Cie. Ascolta l'intervista di Majeb, giovane rinchiuso nei Cie di Torino; da Radio Onda d'Urto
Oltre 1.000 volantini distribuiti, spikeraggio, teatro di strada, mostre fotografiche e materiale informativo.
Anche a Pisa la Giornata della terra è stata degnamente ricordata con una iniziativa non rituale, in grado di attirare l'attenzione delle centinaia di passanti per il centralissimo Corso Italia.
Grazie al gruppo teatrale M K Ultra, esibitosi con lo spettacolo "L'ultimo giorno", il muro di scatoloni - costruito a rappresentare quello ben piu' resistente costruito quotidianamente dai sionisti per distruggere la societa' palestinese - è caduto tra gli applausi della folla radunatasi a seguire le movenze degli attori.
Dalle 17,30 alle 20 abbiamo distribuito il depliant nazionale scaricato dal sito del forum Palestina che parla del boicottaggio dei prodotti israeliani, riuscendo a comunicare cosi' i contenuti di una campagna appena iniziata, quella per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro lo stato criminale sionista.
Nelle prossime settimane indicheremo con nuove iniziative i molti, troppi legami tra l'economia locale e le industrie commerciali, tecnologiche, militari israeliane.
Nessuna pace senza terra, giustizia e libertà, in Palestina e nel mondo.
Coordinamento provinciale di solidarietà con la Palestina (PI)
Fin dalle 15 di sabato 28 Marzo una trentina di antifascisti hanno presidiato il centro storico per impedire che il partito neofascista Forza Nuova tornasse per il terzo sabato consecutivo a occupare, con un proprio banchetto, la via Emilia.
Dopo il tentativo del 2002, respinto con forza dagli antifascisti modenesi, Forza Nuova riprova ad uscire fuori dalla fogna, manifestando la chiara intenzione di aprire una sede in città.
Nessuna tensione fino alle 17.30, nonostante la massiccia presenza delle forze dell'ordine, fino a quando i forzisti allestiscono un banchetto in una zona abbastanza esterna al centro, circondati da una trentina di agenti. Il banchetto risulta praticamente invisibile sia per la posizione sia per la barriera creata dalla polizia, ma per gli antifascisti la presenza di Forza Nuova risult a comunque inaccettabile. A quel punto ci si è mossi dal presidio e percorrendo la via Emilia fino al banchetto si sono trovati i fascisti circondati e protetti dalle forze dell'ordine. La tensione sale fino a quando i compagni ottengono che il banchetto cessi la sua attività: si è concesso di fatto solo un quarto d'ora di presenza completamente ignorata dalla città, poi si è tornati a verificare che i fascisti fossero effettivamente scomparsi. E così è stato.
Sicuramente una vittoria per gli antifascisti che hanno ottenuto con una presenza militante in piazza, che Modena non dovesse subire l'onta della presenza forzanovista anche in questa giornata. Ma non ci illudiamo di aver risolto la situazione perché Forza Nuova cercherà di tornare, per cui invitiamo tutti i compagni a mantenere alta l'attenzione e a rimanere collegati perché sicuramente le iniziative antifasciste non mancheranno anche nelle prossime settimane.
Intervista a Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale Cub, in vista della manifestazione nazionale dei sindacati di base del 28 marzo a RomaBOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE. PERCHE'? Intervista a Angelo Baracca, Docente di Fisica presso l’Università di FirenzeCrisi economica: Caruso risponde a Colaninno
Di ritorno da GazaGiù le mai dalla INNSEDibattito organizzato dal Sindacato CUB sulla crisi
guarda le atre parti premendo sul riquadro
Manifestazione Operai FIAT Pomigliano