lunedì 27 aprile 2009

Cagliari: caricati gli antifascisti, l'estrema destra commemora i caduti della RSI

di Osservatorio sulla repressione
Sono le cinque del pomeriggio quando una cinquantina di compagni raggiunge piazza Gramsci, punto d'arrivo della manifestazione indetta da tutte le sigle della destra cagliaritana e autorizzata dal Prefetto. Ad attendere gli antifascisti circa cento poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa. Già in prossimità della piazza scattano i controlli e le identificazioni. Vista l'impossibilità di concentrarsi nella piazza antistante la via Sonnino, i compagni decidono di spostarsi nella vicina Piazza Costituzione.
Da qui, in circa centocinquanta, si dirigono nuovamente verso la Piazza Gramsci, intenzionati a contrastare la lugubre marcia dei fascisti che sfilano per commemorare i caduti della R.s.i e chiedere l'abolizione del 25 Aprile. Sono circa le 18 e i fascisti stanno per muoversi dalla Piazza Garibaldi, distante circa mezzo chilometro dal luogo in cui si trovano gli antifascisti. In quel momento, dalla piazza Gramsci, una quarantina di poliziotti e diversi blindati avanzano lentamente verso i compagni. Quando questi ultimi sono "a vista" scatta la carica a freddo: negli ultimi trenta metri i poliziotti si scagliano contro i manifestanti che riescono, comunque, a resistere per svariati minuti alla pressione delle forze dell'ordine. Letta la situazione, alcuni cittadini scendono dai palazzi per frapporsi tra la polizia e i manifestanti aggrediti. Intanto i manganelli hanno causato lesioni a cinque persone, una di queste ha riportato la frattura del setto nasale.
A questo punto i compagni decidono di spostarsi in corteo, non autorizzato (come non era autorizzato il presidio delle cinque visto che la piazza era già stata 'promessa' ai fascisti), verso la Piazza del Carmine dove la sera si festeggerà la Liberazione. Un corteo, peraltro, molto ben riuscito sul piano della comunicazione. Quando i resistenti si trovano nella via Roma, i fascisti avanzano per la via Sonnino in direzione del monumento ai martiri delle Foibe, a loro tanto caro, dove di fatto hanno poi deposto un cippo per commemorare i repubblichini. In circa centocinquanta, arrivati da tutta la regione, hanno marciato con i loro tricolori e le loro aquile grazie alla connivenza delle istituzioni locali. Da notare come nessuna sigla specifica sia stata mostrata a favore di uno striscione unitario "Onore ai caduti della RSI". Una tetra e cupa aria di morte e tristezza è scesa su quella zona del centro di Cagliari.
Un primo bilancio della situazione porta a dire due cose: innanzitutto c'è stata una forte reazione da parte degli antifascisti cagliaritani che hanno provato in tutti i modi a contrastare quella che è da considerarsi una vera e propria marcia della vergogna, riuscendo infine a portare la propria voce per le strade della città. In secondo luogo è da sottolineare come, da due anni a questa parte, i fascisti del capoluogo sardo non si accontentino più di sventolare i simboli dell’infamia inscenando un presidio statico presso la Basilica di Bonaria come era loro abitudine. E questo è un dato su cui riflettere. Insomma, il 25 Aprile a Cagliari è stato due cose al contempo: una pagina nera e una giornata di resistenza.



Cagliari, un 25 aprile di resistenza!
La giornata di oggi segna un solco profondo con la tradizione cagliaritana di gestione del 25 aprile, fatta di commemorazioni e passeggiate che convivevano con la presenza fascista in città indisturbata e protetta da un ingente numero di forze dell'ordine. Da numerosi anni, infatti, due anime popolano le piazze del 25 aprile: da una parte il corteo istituzionale per celebrare la festa della liberazione dal nazi-fascismo, dall'altra, nelle scalinate della basilica di Bonaria, tutta la destra sarda composta da un centinaio di persone che commemora i caduti della R.S.I.. Negli ultimi due anni i fascisti hanno osata di più senza trovare particolari resistenze, il 25 aprile infatti da due anni organizzano un corteo da piazza Garibaldi a Piazza Gramsci dove risiede il monumento ai caduti.
Il solco sta tra la decisione dei vari partiti e del comitato antifascista che organizza la giornata del 25 aprile di non porre al centro dell'attenzione l'agibilità politica che da parte di questura, prefettura e comune viene concessa a Fiamma Tricolore, Forza Nuova e la anomala Azione Giovani, e la risolutezza che quest'anno hanno avuto studenti e lavoratori autorganizzatisi per tentare di bloccare i fascisti.
L'appuntamento era per un'ora e mezza prima del concentramento di continuità ideale, la sigla che creano i fascisti per il 25 aprile, ma già a quell'ora, le 17.00, un grosso dispiegamento di polizia mandava via la prima quarantina di compagni prendendo ad alcuni di essi le generalità. Gli antifascisti si spostano nella poco più lontana piazza costituzione incontrando nelle vicinanza alcuni fascisti che se la danno a gambe levate. A quel punto al ricompattamento gli antifascisti scendono nuovamente verso via Sonnino e si attestano a 200 metri dall'approdo del corteo pro repubblichini. Lo striscione rinforzato arriva giusto in tempo per l'arrivo della celere che senza pre-avvertimento carica brutalmente il presidio degli studenti che a quel punto sarà stato di un centoventi, centocinquanta di persone. La carica della polizia dura diversi minuti ma, forse per la prima volta a Cagliari, il presidio regge senza fuggire e senza arretrare, contando "solo" cinque feriti nonostante negli occhi dei poliziotti le intenzioni fossero ben peggiori.
Il presidio a quel punto si trasforma in un corteo non autorizzato (come non autorizzato era il concentramento in piazza Gramsci, già concessa ai fascisti) che attraversa le vie centrali dello shopping cagliaritano comunicando alla cittadinanza quanto appena venuto e indicandone nella questura e nella prefettura i responsabili.
Il corteo si scioglie, ancora rabbioso, in piazza del Carmine dove si svolge il concerto finale dei festeggiamenti per la Liberazione, alcuni compagni salgono sul palco per raccontare quanto appena successo riscontrando l'applauso dei partecipanti.
Dopo le contestazioni al corteo per ricordare le foibe a Febbraio ed anche lì scontri con la polizia, ci rimane un 25 aprile di resistenza anomalo ma carico di significato e di prospettiva per la citta' di Cagliari, abituata a subire in silenzio l'onta di veder sfilare i fascisti.

domenica 26 aprile 2009

sabato 25 aprile 2009

”Quel” 25 aprile

di Maria Rosa Calderoni
No. Per conto mio, mi metto fuoririga e fuoriluogo. Il 25 Aprile non è di tutti, e noi non siamo tutti uguali, non ancora; l’antifascismo non è uguale o simile al fascismo e nemmeno il fascismo è uguale o simile all’antifascismo. No, non ancora. Sono diversi. restano diversi.

E anche noi siamo “diversi”, restiamo diversi, ci piace di esserlo e di restarlo, in questi tempi di orizzonte piatto, dove valori ruoli partiti nomi e cognomi tendono a mescolarsi, a confondersi, a rimpicciolire le distanze, a farsi contigui. All’insegna volgare dell’uno che vale l’altro (o quasi). No. «L’unità morale del nostro popolo? Una comune e serena riflessione»? La verità di Fiuggi « che tutti i democratici erano antifascisti, ma non tutti gli antifascisti erano democratici»? No. Non vediamo dove due visioni e due concezioni (non solo della politica, ma della storia, del mondo, dello spirito,
della cultura) che non hanno niente in comune possano incontrarsi; né dove né perché. L’ecumenismo, a volte, può far rima con il nullismo; o peggio, con la resa. Può servire a far dimenticare chi siamo, da dove veniamo, quanto è costato. A introiettare le parole altrui, magari avversarie, e a non trovare più le nostre. Ci congratuliamo con il presidente della Camera, se alla fine l’ha capita pure lui, che l’idea “giusta” di nazione (e non solo di nazione...) era la nostra, meglio tardi che mai. Ma per favore, non facciamo finta che oggi tutto si equivale e che l’ambivalenza è il “nuovo” valore che conta. Nessuno può appropriarsi della storia che non ha avuto, e l’equiparazione, nonostante i tempi grigi che corrono, resta quella che è: un falso.
Con il nostro cuore “allegro e veloce” - è l’espressione di un poeta - ce ne infischiamo degli alti pensieri di tanti accidiosi revisionismi; per conto nostro - con tutte le nostre bandiere e tutti i nostri ideali - continuiamo a salutare quel 25 Aprile in cui abbiamo creduto e continuiamo a credere.
Quello in cui hanno creduto i nostri padri combattenti, i nostri fratelli e i nostri compagni che hanno dato la vita. Siamo generosi - lo siamo sempre stati - ma non immemori.
Tutto ciò che di grande e importante e duraturo c’è in questo Paese, lo si deve a “quello”, al nostro 25 Aprile, così come l’abbiamo conquistato e difeso: la Costituzione che oggi tutti lodano (anche Fini, meglio tardi che mai), la libertà, la democrazia, l’emancipazione sociale.
Conquistato con le armi, in una lotta che - non dimentichiamolo - è stata dura, sanguinosa e spietata. Conquistato e poi difeso tenacemente, giorno per giorno, in tutti questi lunghi anni, con l’impegno, l’intelligenza, la dedizione, il sacrificio di milioni di persone (i nostri compagni, nell’accezione larga del termine).
No, state tranquilli; quando diciamo noi, non intendiamo dire solo «noi comunisti», no; nella Resistenza hanno combattuto con noi socialisti, liberali, cattolici; ma di questa lotta noi comunisti - sissignori, è storia documentata - siamo stati una parte grande, e ci piace ricordarlo. Questo fa parte della nostra antropologia, ci piace ricordarlo. E questo, questo “nostro” 25 Aprile, col suo sogno di riscatto della politica, del popolo, della società, nessuno può oscurarlo né confonderlo.
Siamo imperfetti, non siamo riusciti a raggiungere tutto ciò che volevamo e che anche avevamo promesso, una società più giusta e civile.
Per questo resistiamo ancora, per questo siamo qui ancora. Siamo imperfetti, abbiamo anche commesso errori e abbiamo subito sconfitte. Ma siamo qui, e abbiamo le nostre buone ragioni.
Perché, è questo forse il tempo in cui l’Italia può guardare «con fiducia al futuro e con serenità al passato», come ci vengono a dire, con l’alibi antico della sempre invocata “unità dell’Italia”, l’alibi
buono per tutte le stagioni, e tutti i misfatti, disgraziate guerre incluse? L’unità su che cosa, di grazia. Sui mille morti del lavoro all’anno?; sui 200 milioni (di euro) di buonuscita per Romiti e i 1000 mensili scarsi dello stipendio operaio?; sulla “privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite” in vigore oggi ancor più che ai tempi del vecchio Marx (come la global crisi insegna)?
Macché. Non siamo uguali.
Siamo diversi.

venerdì 24 aprile 2009

Gli operai bloccano l'Aurelia a Pisa

Video-interviste agli operai della Saint-Gobain:
da PisaNotizie.it



La crisi inizia a mordere e a farsi sentire anche sul tessuto produttivo italiano. I territori ad alta concentrazione manifatturiera vedono chiudere fabbriche su fabbriche con l'attivazione (quando va bene) di cassa integrazioni o (nel peggiore dei casi) con il puro e semplice licenziamento.
Due giorni fa uno sciopero spontaneo e il conseguente blocco dell'Aurelia da parte di centinaia di operai è stata la ripsota a caldo che quei lavoratori hanno saputo improvvisare per opporsi ai 70 licenziamenti che la multinazionale francese Saint-Gobain ha comunicato in mattinata.
La situazione è molto tesa e, se il sindacato nell'assemblea di fabbrica non illude i lavoratori che hanno protestato autonomamente, sono previste grosse mobilitazioni.

Saint Gobain: cronaca di un disastro annunciato
di associazione Aut-aut
Dopo la comunicazione, terribile e improvvisa, di 77 licenziamenti all'interno della fabbrica Saint Gobain di Pisa, da stamattina i lavoratori della fabbrica sono in sciopero, e alternano a picchetti di fronte allo stabilimento blocchi dell'Aurelia. Ma come si è arrivati a questa situazione? Senza ripercorrere le complesse tappe di questa vicenda, basti ricordare che la Saint Gobain e il Comune di Pisa, durante il mandato del Sindaco Fontanelli, avavano firmato un accordo che prevedeva da parte del Comune la concessione di una variante urbanistica che permetteva alla fabbrica la dismissione di un’area dello stabilimento, e da parte dell’azienda l’impegno a investire 100 milioni di euro in cinque anni sul forno Float, operazione che avrebbe offerto garanzie occupazionali per gli operai della fabbrica.
Il risultato di questo “affare”, per la Saint-Gobain, è stato l’ incasso, nell’immediato, più di 20 milioni di euro, attraverso la dismissione di un’area ceduta alla società di costruzioni Ville urbane, che utilizzerà l’area, pare, per costruire palazzi di 7 piani. E per il Comune, ovvero per i lavoratori che dovevano essere i principali beneficiari dell’accordo, quali sono stati i benefici di questa operazione?
Ieri ai lavoratori è stata comunicata la notizia che non esiste alcun investimento sul forno Float che, al contrario, entro luglio sarà spento. Il risultato saranno 77 licenziamenti, dei quali 45 lavoratori a tempo indeterminato e 22 interinali. Il risultato è insomma che mentre un’azienda che fattura milioni di euro si è potuta arricchire ancora un po’, incassando 20 milioni di euro da una società che a sua volta probabilmente incasserà una cifra ancora più alta grazie alle speculazioni che potrà portare avanti sull’area acquistata (siamo sicuri, tra l’altro, che verranno costruiti palazzi di sette piani in un’area come quella della Saint Gobain?), 77 lavoratori hanno perso il proprio lavoro.
Domani il Consiglio Comunale di Pisa discuterà la proposta del consigliere comunale Maurizio Bini di dedicare un consiglio comunale aperto, il 30 aprile, alla questione Saint Gobain. Come risulta chiaro infatti, il Comune di Pisa non ha certo un ruolo secondario nella faccenda. E' realistico, infatti, immaginare che il Comune si sia accorto solo ieri, insieme ai lavoratori, che il famoso investimento da 100 milioni di euro promesso dall’azienda in cambio della variante urbanistica fosse solo un pretesto per una mastodontica operazione di speculazione immobiliare?
La risposta a questa domanda è da cercare probabilmente tra le pieghe dei rapporti che legano chi ha tratto benefici da un’operazione che, ancora una volta, fa ricadere gli effetti della crisi su chi questa crisi la subisce da sempre, permettendo invece di arricchirsi a cui l’ha creata.

Le voci della Saint-Gobain: la parola degli operai
da PisaNotizie.it
I lavoratori della Saint-Gobain rompono il silenzio, scioperano, bloccano l'Aurelia e soprattutto si raccontano e spiegano cosa è avvenuto in questi ultimi mesi nella fabbrica.

"Ci hanno preso clamorosamente in giro" - dice un lavoratore della CRM, una ditta dell'indotto della Saint-Gobain - "la scorsa settimana avevano appeso un foglio in bacheca in cui l'azienda diceva che era tutto tranquillo, e poi ci licenziano. Ci sentiamo traditi. Noi dell'indotto siamo i primi saltare". Queste sono le prime parole che raccogliamo, appena arrivati davanti ai cancelli della Saint-Gobain durante lo sciopero. E un altro operaio che qui lavora dall'1989 incalza: "l'azienda ha negato fino all'ultimo, venerdì ci raccontavano che non si sarebbe fatta più la settimana corta e che i contratti a termine sarebbero stati rinnovati", e un altro operaio lo interrompe: "per forza, avevano deciso già di mandarci tutti a casa da tempo, da molto tempo".
"Il male vero" - ci racconta un altro lavoratore anziano - "è che non si sa cosa vogliono fare. Il problema è se il nuovo Float verrà fatto oppure no: tutto il resto sono chiacchere, e di queste siamo stufi. La mia impressione è, però, che la situazione è brutta e che non ci attende nulla di positivo". Un operaio lo interrompe: "a noi dicono che si naviga a vista, ma come è possibile che una multinazionale va avanti così senza una strategia?". Aggiunge un altro lavoratore: "che sarebbe finita così si sapeva da mesi, non si sono voluto vedere le cose per quelle che erano, si sa che politica fanno le multinazionali."
Un altro operaio che lavora allo stratificato da più di dieci anni ci spiega: "in tutti questi anni abbiamo acquisito delle professionalità in questa fabbrica. L'azienda ha guadagnato su di noi. Da quando sono qui, la Saint-Gobain ci ha chiesto sempre una maggiore disponibilità: lavoro interinale, straordinari di sabato e di domenica e noi abbiamo accettato. Ora ci dicono che c'è la crisi e ci mandano tutti a casa". Un altro lavoratore aggiunge "nel mio reparto, ci hanno chiesto gli straordinari anche il sabato fino al 31 gennaio, alla faccia della crisi. L'azienda si è riempita i magazzini, in modo da avere riserve per anni, e ora che ci ha spremuto bene ci butta via. Occorre porre un freno a queste multinazionali che pongono al centro solo il profitto". "Io ho lavorato il 24 dicembre, il 31 dicembre di quest' anno e ora mi dicono che c'è la crisi - afferma un operaio - A noi dicevano: lavorate e le cose miglioreranno. Il risultato è che spengono il Float e ci licenziano". Interviene un terzo: "qui licenziano il 30% di noi, basta coi patti con l'azienda, è tanti anni che ci strozzano", e c'è chi urla: "hanno marciato sulla crisi per avere gli incentivi, hanno guadagnato loro e basta".
Insieme con gli operai della Saint-Gobain ci sono i lavoratori della CRM (una sessantina), ma anche quelli delle cooperativa delle pulizie, poco meno di una trentina. Uno di questi ci dice: "è da gennaio di quest'anno che lavoro a 6 ore, prendo 750-800 euro al mese, e non ho né cassa integrazione, né alcun ammortizzare sociale. Se ci licenziano abbiamo solo la disoccupazione davanti a noi. Questa è una schifezza. Cosa ci faccio con 800 euro al mese con tutta la famiglia a carico mio?"
A scioperare ci sono anche i contrattisti della Saint-Gobain. Uno di questi ci racconta, mentre blocca un camion davanti all'ingresso dei cancelli: tanto se il camion entra, poi non può scaricare perché io e gli altri che svolgiamo questa mansione siamo qui a scioperare: è da tre anni che mi rinnovano annualmente il contratto. Se un lavoratore si vuole licenziare deve dare un preavviso all'azienda, invece la Saint-Gobain ci manda tutti a casa da un giorno all'altro".
In tantissimi vogliono parlare degli accordi del 2007 che l'azienda non ha rispettato. "Da 30 anni lavoro in questa fabbrica" - dice un operaio, mentre fa avanti e indietro sulle strisce pedonali dell'Aurelia - "gli accordi fatti nel 2007 erano chiari, parlavano di un nuovo Float da 800-850 tonnellate, addirittura superiore a quello attuale che ormai ha più di 14 anni e sta funzionando oltre il dovuto. Non capisco i sindacati, e domando: "dov'è il nostro sindacato? Il sindacato doveva sapere queste cose e bisognava muoversi prima, invece ogni volta c'era una scusa e non si è fatto nulla". La discussione sul sindacato attraversa gli operai con sfumature molto diverse. C'è chi ne sostiene l'operato e chi lo critica, sostenendo "che in questi anni è venuto a mancare, non è stato con i lavoratori", ma tutti ora dicono che "l'importante è farsi sentire tutti insieme".
Un altro operaio, che da 35 anni lavora nello stabilimento, incalza però sulle responsabilità della politica: "noi abbiamo un credito con la politica. La Saint-Gobain ha ricevuto e fatto soldi grazie a una variante urbanistica del Comune, per cui è riuscita a vendere un campo di patate come se fosse oro. Hanno preso milioni di euro, e chi ha beneficiato di questi soldi? Ora ce li devono restituire."
In molti ripetono: "il sindaco ha permesso all'azienda di fare profitti, e di fargli fare soldi, ora il comune si deve impegnare per far ritornare quei soldi". Un operaio è ancora più esplicito sulla vendita di quello che tanti lavoratori della fabbrica chiamano "un campo di patate": "l'azienda ha preso milioni di euro e secondo molte voci che girano sostengono che su questa area c'è una speculazione edilizia. Provo a spiegarmi: se vendi delle case davanti ad una fabbrica attiva, le vendi ad un certo prezzo, ed anche chi le vende ci guadagna una certa cifra. Ma se la fabbrica è chiusa, le case le vendi molto meglio e a un prezzo molto più alto e anche chi ha comprato l'area alcuni anni fa potrebbe aver fatto i suoi conti." Un operaio osserva: "a Pisa si parla tanto di turismo, ma se la gente non lavora, non c'è il turismo. Non si va mica in giro se uno non ha un lavoro".
Un altro operaio più giovane aggiunge: "il sindacato da solo non ce la può fare, questa deve essere una battaglia di tutta la città. Saint-Gobain è la storia di Pisa, e Pisa finisce se non viene rifatto il Float. Da questo impianto dipende la vita e il futuro di migliaia di famiglie".
Un altro lavoratore, quando stiamo per andare via, ci chiede di parlare: "Noi vogliamo un programma scritto, chiarezza, non si può più vivere di voci. Il nuovo forno lo fanno o ci mandano tutti a casa?"

G8 Ambiente. Il controvertice sfila nelle strade di Siracusa

di Simone Di Stefano
SIRACUSA - La solita girandola di cifre sui presenti, tra chi minimizza riducendo il corteo ad una scampagnata e gli organizzatori che invece parlano di numeri consistenti. Se la verità è nel mezzo allora i presenti al contro-corteo del G8 di Siracusa di ieri erano alcune migliaia. E chi si aspettava vetrine in frantumi e cassonetti rigirati stavolta sarà rimasto deluso perché mai come oggi la scia di manifestanti ha regolarmente concluso il suo percorso nella più risoluta compostezza.
Eppure la giornata non era iniziata nel migliore dei modi. L'arresto di un cittadino polacco colto in possesso di un coltello non aveva fatto altro che alimentare le paure dei negozianti ignari degli appelli del sindaco Roberto Visentin a sedare gli «inutili allarmismi», tanto che stamattina per il centro di Siracusa diverse erano le serrande abbassate. Il corteo è però partito da Piazza Sgarlata senza arrecare danno a nessuno. Presenti come di consueto i soliti caschi blu, i manganelli e la Polizia a cavallo, ma stavolta nessun intervento e solo ordinaria amministrazione. A parte un allarme bomba in tarda serata ieri, che ha destato i visi tirati dal sonno dei poliziotti. Tutto rientrato dopo che gli artificieri hanno fatto brillare il contenitore, che altro non era se non una vecchia cassa acustica. «La scelta di Siracusa limita la partecipazione a livello nazionale. Quindi qui sono presenti soprattutto giovani siciliani. Siamo qui per manifestare il nostro forte dissenso rispetto alla dissennata politica ambientale che ci propinano i partecipanti del G8», ha spiegato l'ex parlamentare e leader dei no global, Francesco Caruso, alla testa del corteo. Molte le sigle: Prc, Sinistra e Libertà, No dal Molin, Cobas e anche migranti africani richiedenti il permesso di soggiorno. Una folta rappresentanza di Rifondazione ha accompagnato il corteo fino all'ingresso di Ortigia, dove si svolge il vertice internazionale sull'ambiente e dove era prevista la conclusione della manifestazione. Oltre a Ramon Mantovani (direzione nazionale Prc), anche il segretario regionale Luca Cangemi, che ha lanciato una frecciata a chi temeva incidenti. «A Siracusa - ha affermato Cangemi - è stato diffuso un terrore ingiustificato della nostra iniziativa che ha colpito e preoccupato la città. Ma ciò nonostante dalla Sicilia sono arrivate delegazioni da tutte le nove province. Siamo contenti comunque che il nostro contro-vertice, due giorni di incontri tra associazioni varie, abbia avuto un grande successo riuscendo a mettere insieme tutte le più grandi vertenze ambientali e sociali dell'isola». Nel frattempo 19 ministri discutevano, approvavano, rimandavano. Contento il ministro dell'ambiente danese, Connie Hadegaard, che ritiene «questo G8 un passo avanti rispetto ai precedenti incontri». Poi continua, «dovrebbe arrivare un messaggio molto chiaro ai capi di stato alla Maddalena a luglio». Contenta del vertice anche Lega Ambiente che ha apprezzato la Carta sulla biodiversità che ne è scaturita. Ma poi c'è anche chi crede che «da 40 anni questi signori girano per il mondo per dire che c'è un problema ambientale ma loro stessi non hanno alcun interesse a bloccarlo», ha spiegato Francesco Caruso. A giudicare dal dolce girar circense il leader no-global non è troppo lontano dal vero. A forum ancora in corso, infatti, già si guarda alla prossima conferenza sulla protezione della biodiversità che si terrà ad Atene il 27 aprile e ultima in ordine di tempo arriva anche la decisione che il G8 della Maddalena è stato spostato a L'Aquila. Così i Summit internazionali diventano nomadi …

I movimenti di lotta replicano alla decisione di Berlusconi di spostare a l’Aquila il vertice del G8

di Marco Santopadre
Sono previste per oggi le reazioni ufficiali dei governi di Berlino e Parigi al cambio di luogo del prossimo G8 di luglio. Il cancelliere tedesco Angela Merkel terrà infatti in giornata la sua conferenza settimanale nella quale si attende un commento alla proposta del governo italiano di tenere il vertice all’Aquila. Il presidente francese Nicolas Sarkozy dovrebbe aver concordato con la Merkel una posizione comune. Finora non ci sono state reazioni da parte dei governi di Giappone, Canada e Russia, gli altri paesi che fanno parte del G8, ma da Palazzo Chigi si lascia intendere che se Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia daranno il loro appoggio alla proposta di Berlusconi non dovrebbero esserci ulteriori obiezioni. Il problema per Berlusconi era di ottenere l'assenso dei sette leader dei paesi del G8. Finora è arrivato solo il sì da parte del governo della Gran Bretagna, mentre la Casa Bianca ha fatto sapere di seguire ''con interesse'' gli sviluppi della proposta del premier italiano. Il Dipartimento di Stato USA, con una nota, ha precisato di essere impegnato in una serie di ''intense consultazioni con gli italiani per approfondire le conseguenze'' della proposta di Berlusconi di spostare il vertice del G8 a L'Aquila. Fonti diplomatiche italiane a Washington hanno precisato di avere trovato un atteggiamento sostanzialmente positivo negli interlocutori statunitensi.

Lo spostamento della località dove far svolgere il vertice del G8 di luglio implica comunque una non facile rimessa a punto di un complicato apparato organizzativo già in moto da mesi. Bisogna ristudiare tutti gli aspetti di sicurezza da garantire al summit insieme alla collocazione logistica delle centinaia di funzionari e diplomatici che accompagnano i capi di governo. Stesso problema logistico per i giornalisti provenienti da tutto il mondo - ne sono attesi in tutto almeno 3000 - che devono essere messi in grado di svolgere il loro lavoro.
Se Berlusconi pensa che i cosiddetti ‘no-global’ non andranno a L'Aquila per manifestare contro il G8. «si sbaglia di grosso» afferma Luca Casarini, sottolineando che la mobilitazione non sarà solo a L'Aquila, «ma in tutte quelle zone rosse di questa società in crisi, per riaffermare la lotta in difesa dei beni comuni». Berlusconi, dice Casarini, «ha dimostrato ancora una volta la capacità di rovesciare le situazioni a suo favore. È un nemico molto intelligente, è come Luigi Bonaparte e non un arrogante ducetto come Mussolini. Ancora una volta ha dimostrato di essere completamente disinteressato della sacralità delle istituzioni e sfruttare a suo favore ogni situazione». «Il G8 di oggi è diverso da quello del 2001, che era la celebrazione del sistema capitalistico - continua Casarini -. Oggi quel sistema è in crisi e dunque le zone rosse da violare non sono più tanto i luoghi dove i potenti scelgono di rappresentare la propria crisi, ma le tante zone rosse che l'hanno provocata: i manager e le banche». Dunque contestazione ci sarà, ma «per riaffermare la lotta per la difesa dei beni comuni e i temi su cui ogni giorno si confrontano i movimenti: l'acqua, la casa, i rifiuti». Se alla fine la decisione di fare il G8 a L'Aquila comporterà che le persone colpite dal terremoto avranno una casa, «io sarò il primo ad essere contento. Ma - conclude Casarini - mi auguro che non usino le tragedie, come hanno sempre fatto, solo per fare propaganda lasciando gli sfollati nelle tendopoli». Anche Francesco Caruso, altro leader del movimento negli anni scorsi e poi passato per il Parlamento nel gruppo di Rifondazione, critica Silvio Berlusconi: «Ancora una volta vuole strumentalizzare il dramma del popolo abruzzese e usarlo come scudo umano nei confronti del dissenso». "L'ultima cosa che possiamo fare è indietreggiare rispetto alla colossale provocazione e alla clamorosa manovra politica" dice invece Piero Bernocchi, della Confederazione Cobas: "Lo hanno già fatto in maniera vergognosa Franceschini ed Epifani, che hanno sottoscritto senza fiatare tutto (spreco del denaro pubblico già investito alla Maddalena, provocazione verso le legittime manifestazioni, uso strumentale ulteriore dei terremotati ecc..), guai se lo facessimo noi. La militarizzazione eventuale dell'Abruzzo non può certo essere peggiore di quella della Maddalena, anzi". "Ci vorrebbe un meraviglioso convegno internazionale sul terremoto, da noi organizzato con i migliori esperti italiani e stranieri in cui si lanci la proposta di destinare la spesa degli F35 e quella per il Ponte di Messina alla ricostruzione dell'Abruzzo ed alla messa in sicurezza di tutto il patrimonio edilizio nazionale. Un controvertice coi fiocchi" propone Nella Ginatempo del Patto permanente contro la guerra.

Italia milionaria. Di poveri

Due milioni e mezzo di poveri «assoluti»
di Manuela Cartosio
«Dal 2005 al 2007, Italia più misera»
A febbraio le presenze nei superlussuosi alberghi di Dubai sono crollate del 35% rispetto a febbraio del 2008. A suo modo, è un indice globale di impoverimento relativo dei ricchi. Le persone di cui si occupa il rapporto dell'Istat presentato ieri, invece, le vacanze non se le possono permettere, neppure in un due stelle della riviera romagnola. Sono i poveri tra i poveri. In Italia nel 2007 erano 2 milioni e 427 mila, il 4,1% della popolazione. La foto della povertà assoluta scattata dall'Istat risale a prima della crisi economica. Ovvio pensare che le cifre, nel frattempo, siano peggiorate.
A differenza della povertà relativa, che misura lo svantaggio di alcuni soggetti rispetto ad altri, la povertà assoluta rileva l'incapacità di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita «minimo accettabile» nel contesto di appartenenza. Per stilare il rapporto l'Istat ha usato una nuova metodologia. La soglia di povertà assoluta varia in base alla dimensione della famiglia, alla sua composione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Di conseguenza, le soglie di povertà assoluta non vengono definite solo rispetto all'ampiezza familiare (come viene fatto per la povertà realtiva), ma sono calcolate per ogni singolo tipo di famiglia, in relazione alla zona di residenza, al numero e all'età dei componenti. La famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia sono classificate come «assolutamente povere». Ad esempio: per una famiglia formata da una sola persona, fra i 18 e i 59 anni, che vive in un'area metropolitana del Nord la soglia è di 729 euro al mese. Se vive in un piccolo comune, sempre al Nord, è di 650 euro. Che scendono a 520 in una grande città del Sud. Per una famiglia di tre componenti sotto i 59 anni che vive in un'area metropolitana del centro la soglia di povertà assoluta è di 1.158 euro.
Sono povere in assoluto 975 mila famiglie, il 4,1% dei nuclei familiari. La percentuale sale al 5,8% al Sud, si attesta al 3,5% al Nord e al 2,9% al Centro.
La povertà assoluta incide di più sulle famiglie numerose (si passa dal 3,1% per le famiglie con un solo figlio minore al 10,5% per le famiglie con più di due figli), dove vivono anziani (5,4%) e dove il capofamiglia è donna (4,9%). L'intensità della povertà, che indica in termini percentuali di quanto la spesa delle famiglie povere si colloca al di sotto della soglia di povertà assoluta, è mediamente del 16% con un picco del 18% tra le famiglie del Sud.
Usando la stessa metodologia a ritroso, l'Istat ha stimato la povertà assoluta nel 2005. Stando a questo confronto, la situazione a grandi linee risulta stabile, con miglioramenti o peggioramenti per determinate tipologie di famiglie. «Peggiorano le situazioni delle famiglie con a capo un adulto di età compresa tra i 45 e i 54 anni o un lavoratore con basso profilo professionale, mentre si rileva un miglioramento nelle famiglie giovani». Quest'ultimo dato deriva probabilmente dal fatto che ormai i giovani lasciano la famiglia d'origine solo se hanno raggiunto una completa indipendenza economica.
Sono riferiti al 2008 e non si riferiscono solo agli ultrapoveri i dati diffusi dalla Cia (Confederazione italiana agricoltori) sugli effetti della crisi a tavola. In termini monetari la spesa alimentare è cresciuta del 2,5%, ma gli italiani hanno mangiato di meno o peggio. Il 35% delle famiglie ha limitato gli acquisti (soprattutto di frutta, verdura e carne), il 34% ha optato per prodotti di qualità inferiore. Di nuovo, si è stretta la cinghia più al Sud che al Nord. La spesa alimentare ha inciso mediamente del 18% sulla spesa totale delle famiglie. Ma mentre un imprenditore destina al cibo solo il 14% della sua spesa totale, la percentuale sale al 19% per l'operaio e schizza al 21% per il pensionato.

La natura cannibale del capitalismo

di Daniele Luttazzi
Perché mai lo Stato dovrebbe aiutare con soldi pubblici le banche private che hanno speculato sulla pelle dei clienti?
Le banche vogliono essere salvate a prescindere. Che ne è della favola del “libero mercato”, che i capitalisti raccontano sempre per nascondere il proprio cannibalismo? I capitalisti, come si vede, sono i primi a non crederci.
Il crack mondiale delle Borse, causato da decenni di deregulation, non terminerà finchè sarà impossibile stabilire quanti titoli tossici le banche abbiano ancora in pancia. Col paradosso che, quando le banche al tracollo accedono al salvataggio di Stato, in pratica sono i cittadini truffati a tenere a galla i truffatori.
E se un Presidente (Obama) prospetta la conversione dei prestiti pubblici alle banche in azioni ordinarie (lo Stato diventerebbe così, giustamente, azionista delle banche che risana) i cannibali rintanati a Wall Street puniscono l’idea con un tonfo in Borsa (ieri).
Vi risulta che qualcuno dei responsabili della speculazione, in Italia o all’estero, abbia chiesto pubblicamente scusa, oppure abbia dichiarato di voler cambiare il suo comportamento in futuro? Vi risultano dimissioni o cambi ai vertici? Svezzati a superbonus che premiavano il comportamento più irresponsabile, i cannibali non conoscono altro modus operandi che questo.
I sistemi bancari nazionalizzati hanno il merito storico di aver promosso decenni di espansione economica virtuosa. Le banche private, invece? Lasciatemici pensare per un secondo. No.
Le banche salvate con soldi pubblici vanno nazionalizzate. Altra possibilità: farle adottare da Madonna.

Il rischio del fascismo ci faccia rialzare la testa

di Alberto Burgio
Pare che Silvio Berlusconi abbia deciso di presenziare alle celebrazioni ufficiali del 25 aprile quest’anno per la prima volta da quando «scese in campo» nel ’94. È suo preciso dovere, un dovere disatteso in tutto questo tempo per ragioni che crediamo vadano ben oltre l’opportunismo di cui parla il senatore Macaluso. Lo fischieranno?
È possibile, e in questo caso dovrà farsene una ragione, il presidente del Consiglio. Ne trarrebbe spunti di riflessione, se la prepotenza gliene lasciasse il tempo. Giustificazioni, quegli eventuali fischi, ne avrebbero sin troppe, come ricorda ancora oggi il «Guardian» ripercorrendo la gloriosa carriera politica di Berlusconi tra editti bulgari, leggi razziste e ad personam. Chissà se il corrispondente del giornale londinese le ha viste quelle recenti immagini del Cavaliere con il berretto da ferroviere e il casco da vigile del fuoco. Sembrava Topo Gigio, ma avrebbe voluto rinverdire gli statuari fasti del Duce trebbiatore, sciatore e manovale. A volte ritornano, o perlomeno ci provano.
Chi proprio non cambia musica è il ministro La Russa. L’8 settembre approfittò della festa in ricordo della difesa di Roma per celebrare i suoi eroi, i «militi» repubblichini del battaglione “Nembo”. Oggi straparla di partigiani indegni di memoria perché «sognavano di imporre in Italia un regime stalinista». Anche questo turpiloquio dobbiamo a Berlusconi. Del resto, non è un fascista di Franco e di Salò anche il Venerabile Gelli, che tesserò lui e il fedele Cicchitto per la P2 e che non perde occasione per sottolineare le analogie tra l’azione del governo e il progetto piduista di «rinascita democratica»? Altro che passato immacolato, caro Macaluso! Piuttosto c’è da domandarsi perché, invece di mimetizzarsi, i La Russa, i Gasparri, gli Alemanno sfruttino ogni opportunità per ribadire il proprio credo. E perché lo facciano proprio oggi, mentre si rinnovano le violenze fasciste nelle strade, gli agguati squadristi, i cori razzisti negli stadi.
La partita è politica e non riguarda soltanto – come qualcuno pensa – la competizione con la Lega per l’egemonia sulla destra radicale e razzista. C’è un progetto che tira in ballo la Costituzione, come si evince agevolmente dagli elzeviri di Ernesto Galli Della Loggia sul «Corriere della sera». L’idea è che la Costituzione del ’48 abbia fatto il suo tempo e vada spedita in archivio. L’Italia dev’essere, per dir così, de-antifascistizzata. Bisogna voltare pagina, cominciare una storia post-costituzionale. Fare tabula rasa del Novecento e dei suoi conflitti. In apparenza si tratta di cancellare il passato. In realtà, l’intento è di legittimarlo. Quel che non merita di essere rimosso cessa d’incanto di essere una colpa.
Così la destra mette a frutto la vera anomalia italiana, l’assenza di cesure tra il fascismo e l’età repubblicana, la mancanza di una Norimberga, il sistematico rifiuto di una riflessione seria sul massacro degli oppositori, gli orrori del colonialismo, il razzismo di Stato contro ebrei, africani e slavi, le nefandezze dei repubblichini, l’incomparabile vergogna dell’alleanza con Hitler. Ma a chi dobbiamo questo revanscismo?
Di certo, contro il revisionismo storico non si è combattuto con la necessaria determinazione. In taluni casi lo si è persino favorito. Hanno pesato molte ragioni, e tra queste anche il difficile rapporto della sinistra con la propria storia. Sta di fatto che non si è stati all’altezza di uno scontro che, nell’investire il passato, coinvolgeva il presente; nel trattare di storia, produceva politica. Dice giustamente il «Guardian» che Berlusconi deve gran parte del proprio successo «alla profonda debolezza dei suoi avversari». Il punto è che questo successo lo paghiamo noi, lo paga il Paese, lo pagano le istituzioni della democrazia italiana costate la vita a migliaia di quei giovani partigiani sulla cui memoria oggi un ministro della Repubblica si permette di sputare. Bisogna saperlo. Bisogna guardare in faccia i rischi che corriamo. Bisogna, finalmente, rialzare la testa.

Operaio muore a Savona. Tutti i porti in sciopero

di Alessandra Fava
Aveva un contratto del trasporto come autoferrotranviere ma di fatto lavorava nel porto di Savona alle manovre di carico e scarico del carbone legate alla Funivia savonese ed è morto impegnato nelle riparazioni di un tetto del deposito di Miramare. Giovanni Genta, 54 anni, è precipitato bucando una tramezza di vetroresina del tetto, ha fatto un volo di cinque o sei metri all'interno del capannone e ha battuto la testa. E' successo tutto quando il lavoro di ripristino del tetto che faceva infiltrazioni era appena iniziato, gli altri della squadra non si sono accorti di nulla. Genta è morto nel pomeriggio di ieri all'ospedale di San Martino di Genova dove era stato portato d'urgenza. Per lui e in nome della sicurezza, contro la modifica minacciata dal governo del Testo unico sulla sicurezza varato da Prodi, oggi scioperano tutti i porti italiani, per due ore alla fine di ogni turno. Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti chiedono all'esecutivo un incontro sulla sicurezza.
Intanto i dipendenti delle funivie si sono astenuti dal lavoro già ieri appena saputo dell'incidente del collega e oggi protestano dalle 7 alle 15,30. I portuali di Savona hanno deciso di aderire alle manifestazioni che prevedono oggi anche un presidio sotto l'Autorità portuale (azionista di minoranza della società della Funivia), scioperando dalle 7 di oggi alle 7 di venerdì.
«Sulla sicurezza col sindacato lavoriamo in modo forte - ha dichiarato il presidente della Funiviaria Alto-Tirreno, Cristoforo Canavese, che è anche presidente dell'Autorità portuale savonese - La settimana scorsa abbiamo chiuso l'intesa sull'ultimo decreto legislativo per individuare il responsabile sicurezza, anticipando gli oneri per i terminalisti». Ma del fatto in questione, Canavese dice: «Ci sono attività che per abitudine e per confidenza vengono fatte con leggerezza», quasi come dire che la colpa è dei lavoratori.
Le dichiarazioni del presidente, fatte quando l'operaio non era ancora spirato, hanno creato rabbia tra i portuali. «Purtroppo a lasciarci la pelle sono i lavoratori - dice il segretario Cgil savonese, Francesco Rossello - E' sempre facile dire che sia una loro svista, è un modo per giustificarsi». Di Genta era nella Funivia da trent'anni, conosceva l'azienda a menadito e non era la prima volta che saliva sul tetto. Ma perché è stato mandato ad aggiustare un capannone che entro il 2010 sarebbe stato abbandonato, dato che è previsto il trasloco in un altro terminal? «Genta ha messo il piede su un pannello di vetroresina che era un tapullo (riparazione di fortuna, in dialetto)», spiega un collega. Potrebbe essere così che il tetto si è aperto come un guscio. Un delegato Filt-Cgil, Cristiano Ghiglia, punta il dito anche sulla carenza di manodopera. «Fino a 20 anni fa, quando invece di 165 persone lavoravano qui più di 300 operai, c'erano reparti con forti specializzazioni: chi spezzava il carbone e lo caricava sui vagonetti per mandarli a San Giuseppe di Cairo Montenotte, a 27 km da qui, andava in aiuto a una squadra specializzata in riparazioni. Oggi non è più così».

Roma: non c'è più il 25 aprile di una volta...

25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo. Era il 1945 e certo i partigiani che ci hanno restituito la democrazia non immaginavano che, anni dopo, le redini della commemorazione di questa giornata le avrebbe prese il presidente Berlusconi celebrandola ad Onna centro del terremoto in Abruzzo, dove peraltro verrà celebrata anche da Roberto Fiore e dai suoi accoliti di Forza Nuova.
A Roma, città medaglia d’oro alla resistenza, il sindaco Alemanno sarà all’Altare della Patria per portare una corona di alloro e poi, ha dichiarato, seguirà gli eventi istituzionali presenti in città.
La storia di Alemanno la conosciamo tutti e certo un suo rifiuto di festeggiare il 25aprile sarebbe stato apprezzato dai suoi per la coerenza, dai compagni e dai sinceri democratici perché questa data non è “la festa di tutti” ma la festa di coloro che al fascismo si sono opposti e continuano ad opporsi.
Persino il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, che certo non si può definire un estremista, ha dichiarato: "Difficilmente riuscirò ad avere buoni rapporti anche con Gianni Alemanno che è stato accolto al Campidoglio con i saluti fascisti". Gianni Alemanno ha risposto dicendo: "Quello che ha detto il sindaco di Parigi su di me è falso, offensivo e intollerabile". Invitiamo il sindaco a guardare i tanti filmati girati a piazza del Campidoglio la sera della vittoria elettorale, forse affacciato alla balaustra di Palazzo Senatorio, come un nuovo balcone di antica memoria, non ha visto i saluti dei suoi sostenitori. Le dichiarazioni del sindaco di Parigi hanno incrinato la patina di equidistanza del Campidoglio, ma sarebbe bastato dare un’occhiata alle ultime uscite del sindaco per capire come stanno le cose.
Il patrocinio del Comune ad un’iniziativa di Casapound, ''Aver messo il logo del Comune su un'iniziativa di Casapound può essere stato un errore ma non è stato questo grande scandalo'' ha dichiarato il sindaco. Patrocinio negato invece al Gay Pride perché si tratta di una manifestazione «di tendenza», secondo quanto dichiarato da Alemanno, gli risponde Fabrizio Marrazzo presidente dell’Arcigay: “Invitiamo il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a prendere parte alla manifestazione del Gay Pride. Così facendo, si renderebbe conto che non si tratta di una manifestazione di parte, ma sui diritti e le libertà di tutti.”
C’è poi la questione del Teatro dell’Opera di Roma. Nicola Colabianchi, chiamato da Gianni Alemanno a supervisionare il settore artistico della commissariata Opera di Roma, è musicista dalla modesta carriera ma che può vantare l’aver diretto qualche concerto in memoria di Giorgio Almirante. Dopo aver promesso un commissariamento di pochi giorni, con la nomina di un consulente artistico Alemanno si prepara a tenere il Teatro in gestione straordinaria per lungo tempo, come era facile prevedere. Se la figura di Colabianchi desta perplessità, non sorprende che le maestranze del teatro abbiano salutato l’ex sovrintendente Ernani con un regalo.

Scontri a Kfar Qassem, ancora ordini di demolizioni per abitazioni di palestinesi. Oggi nuova manifestazione a Bil'in

È di cinque agenti israeliani contusi e diversi dimostranti arrestati il bilancio degli scontri verificatisi nel cuore della notte di ieri nel villaggio arabo-israeliano di Kfar Qassem, dove le forze di polizia erano arrivate per eseguire un ordine di demolizione della magistratura di un edificio in costruzione ritenuto abusivo. Secondo Ynet, l'agenzia online del giornale israeliano Yediot Ahronot, 400 abitanti del villaggio, armati di sassi e bottiglie molotov hanno atteso l'arrivo delle forze dell'ordine. Quattro dimostranti sono stati arrestati sul posto, mentre altri fermi sono in corso in queste ore in base alle identificazioni effettuate dopo gli scontri.
"Sono venuti di notte come ladri, ma eravamo pronti ad accoglierli", ha detto un abitante a Ynet, contestando come un pretesto il richiamo alle norme edilizie dietro l'ordine di demolizione. Le autorità israeliane sono impegnate in una serie di procedure di demolizione in aree contese - in particolare nella zona di Gerusalemme est, a maggioranza araba - denunciate dai palestinesi come altrettanti tentativi di modifica degli equilibri etnici e che hanno suscitato preoccupazioni anche da parte di Usa e Ue.
“Oggi come ogni venerdì la gente di Bil’in protesterà pacificamente davanti il muro costruito dagli israeliani, ma questa volta ricorderà Bassem che la scorsa settimana è stato ucciso dai soldati per la sola colpa di rivendicare in maniera pacifica la terra espropriata del suo villaggio”: la vice-presidente del parlamento europeo, Luisa Morgantini, raggiunta dalla MISNA a Bil’in, racconta la storia di questo villaggio che ha perso il 65% delle sue terre coltivabili a causa della costruzione di un muro di separazione da parte di Israele. “C’è anche una sentenza della Corte israeliana che ha dato ragione agli abitanti ma che è stata finora disattesa da esercito e governo” continua la Morgantini sottolineando come ciononostante la reazione della gente sia sempre stata affidata a manifestazioni di protesta pacifiche.
“Purtroppo non è così dall’altra parte del muro - dice - tanto che la scorsa settimana Bassem, un palestinese molto noto a Bil’in e da sempre animatore di parecchie iniziative, è stato colpito a morte da un candelotto lacrimogeno sparato da brevissima distanza”. A Bil’in sarà una giornata speciale in suo ricordo, ma anche per la presenza di numerose delegazioni straniere venute qui in occasione della IV Conferenza annuale della resistenza non violenta all’occupazione israeliana. “Delegati pervenuti da ogni continente – ha detto ancora la vice-presidente del parlamento europeo – stanno discutendo di forme di lotta non violenta e popolare. Noi stessi, nell’ambito del parlamento, stiamo cercando di evitare che l’Unione Europea potenzi gli accordi attualmente in vigore con lo stato israeliano”. Boicottaggi e proteste pacifiche, oggi anche a nome di Bassem, le cui immagini stampate in grandi poster campeggiano per le strade di Bil’in accanto alla bandiera palestinese.

Palestina: Israele uccide un manifestante a Bil'in
Quando ancora non si sono sopite le polemiche internazionali sorte intorno alla conferenza di Durban2, giunge, già vecchia di qualche giorno, questa nuova, orribile testimonianza dei metodi "democratici" dello stato d'Israele: l'uccisone di un palestinese (pacifista!).
Dal solo filmato ora visibile si vede chiaramente e senza ombra di dubbio che: tutti i manifestanti dimostravano in modo assolutamente non violento urlando slogan. Bassem Abu Rahme (questo il suo nome)è in prima fila visibilissimo e senza intenzioni di lanciare pietre o qualsiasi altro oggetto i soldati sparano i candelotti sembra di nuova fattura ad altezza d'uomo al punto da colpire in pieno petto Bassem.
La protesta di Bil'in - che vede palestinesi insieme a pacifisti israeliani ed internazionali - si batte da anni contro il Muro della vergogna voluto da Sharon. Muro che, in data 9 luglio 2004, è stato dichiarato illegale dalla corte internazionale dell'aja. ( è comunque legittima indipendentemente dal giudizio del tribunale in quanto opposizione ad un'occupazione straniera). Muro nche serve solo a permettere l'annessione di nuovi territori alla popolazione palestinese per darla ai coloni che si insediano violando così la quarta convenzione di ginevra.
Tutto questo le potenze occidentali non solo non lo condannano ma continuano ad appoggiare permettendo ad israele di fare il bello e il cattivo tempo. Boicottare i prodotti israeliani disdire gli accordi con quelle università israeliane che hanno programmi di ricerca nel campo militare o artisti che appoggiano la politica del loro governo è una necessità inderogabile.

Video dell'ennesimo omicidio di stato:


Grecia: nuovi gravi abusi della Polizia contro migranti e studenti

di Margherita Dean - Peacereporter
Qui, in tutta la Grecia, oramai la polizia ha avuto, finalmente, la decenza di abbandonare le teorie 'pubbliche', quelle per cui il poliziotto è il migliore amico del cittadino, se 'regolare', per mostrare il suo vero volto quello della coscienza deformata da divisa e manganello, se non arma da fuoco. Quale che sia il fuoco. Quale che sia il poliziotto. Poco interessa il motivo personale che spinge un essere umano a indossare le vesti della violenza gratuita.
Vittime preferite: i cosiddetti ‘'anarchici'' e i migranti. Stamane, all'alba, agenti anti - sommossa hanno mandato in ospedale due studenti (uno con la testa rotta e l'altro con le mani rotte, perché usate per proteggersi la testa). Ovviamente non si può stare nel parco della via Navarinou, angolo Zoodochou Pighis, in diabolica prossimità col punto in cui fu ucciso, sempre da un poliziotto, Alexandros Grigoropoulos, il 6 dicembre del 2008. Non ci si può stare a quell'ora in cui le persone per bene dormono. Non si può stare a Exarchia, da sempre quartiere di anarchici e tossici. Un quartiere pericoloso, a dire di varie star dei telegiornali delle otto. Un ghetto, a dire del governo. Non si può stare a Exarchia neanche per una passeggiata, non se si è uomini con i capelli lunghi, vestiti di nero. Altrimenti capita che ti chiedano i documenti. Come minimo. Oppure una camera con vista nell'ospedale di turno è prenotata a tuo nome.

Ora, in quel punto, da poco parco, per molti anni c'era il parcheggio a pagamento da me preferito: la notte era gratuito per tacita sonnolenza del gestore. La mitica Punto ci passò molte ore in attesa mia e degli amici che io, vittima della mia sindrome da autista di autobus, amo caricare e portare in giro. Lo Stand, l'Underground e altri locali storici resistono, non il parcheggio. Scaduto il contratto d'affitto, gli abitanti dei paraggi occuparono la colata d'asfalto, aprirono buchi e ci piantarono alberi e fiori. Il parcheggio della via Navarinou divenne parco autogestito fino a che l'accordo non fu raggiunto e il parco sarà parco. Non grazie al sindaco di Atene, noto taglialegna.
Nel parco, però, non ci si può sedere per fumare l'ultima sigaretta prima di una dolce buonanotte. Non si può neanche essere malati di epilessia, come l'immigrato illegale dal Kurdistan iracheno, altrimenti quelli della Guardia Costiera di Igoumenitsa raccontano che se sei ridotto ad un vegetale è colpa della tua malattia, non del fatto che la tua testa l'hanno usata per stimare la resistenza della banchina (incriminata?) del porto di andata verso l'Italia. Arivan Osman Abdullah è l' ‘'irregolare'' in questione, ha ventinove anni ed è in coma irreversibile dal 3 aprile, giorno del pestaggio subito dalla Guardia Costiera di questo Paese.

La finanza pigliatutto con i soldi degli altri

La borsa, il welfare, l'industra: nei due recenti libri di Ronald Dore e Luciano Gallino, un racconto di quel che è appena successo e di quel che può avvenire.

Ora che i buoi sono scappati dalla stalla, le librerie sono piene di dotte riflessioni sui danni della finanziarizzazione sull’economia mondiale. Non sono però molti gli analisti che possono rivendicare coerenza di pensiero nella interpretazione dei fatti che hanno condotto alla attuale crisi.
Ronald Dore e Luciano Gallino sono tra quelli che, in tempi non sospetti, mentre prevaleva ancora il pensiero unico del liberismo dominante, avevano lucidamente messo in evidenza le distorsioni che si stavano determinando nella organizzazione delle economie e dei sistemi sociali, per effetto della prevalenza di un modello di capitalismo basato sulla deregolamentazione, sullo smantellamento degli istituti di welfare e sulla dominanza della rendita finanziaria rispetto all’industria.
Proprio per questa ragione, leggere i loro recenti contributi può essere un utile esercizio, non solo per approfondire l’analisi sui fattori fondamentali alla base della crisi economica in corso, ma anche per cercare di capire quale ricetta venga proposta ora da parte di chi, con maggiore credibilità rispetto ad altri, aveva colto i segni di una condizione di insostenibilità nascosta tra le pieghe della globalizzazione a senso unico.
Ronald Dore, nelle sue analisi sui diversi modelli di capitalismo, aveva già da tempo evidenziato le debolezze strutturali del sistema anglosassone, fondato sulla instabilità di meccanismi finanziari fortemente deregolamentati, rispetto al sistema europeo di welfare, proprio negli anni in cui, a cavallo tra il vecchio ed il nuovo secolo, si operava una sistematica demolizione delle reti di protezione sociale che sono state alla base del capitalismo ben temperato, tipico dell’approccio sociale dell’Europa continentale. Tra capitalismo di borsa e capitalismo di welfare, Dore chiedeva di scegliere la seconda opzione, quando invece il pensiero dominante esprimeva la convinzione di una irreversibile deriva verso il modello anglosassone.

Nel suo recente libro ("Finanza pigliatutto", Il Mulino, 2009, 9 euro) Ronald Dore torna su questi temi, partendo da una analisi delle ragioni strutturali che hanno condotto, nei passati decenni, ad una prevalenza della finanza sull’industria. Innanzitutto, occorre sottolineare che le attività finanziarie hanno assicurato, per diversi decenni, un livello di redditività tale da attrarre investimenti e risorse, in un processo di causazione cumulativa che è stato poi alla base della bolla finanziaria, alimentata dalla creazione di prodotti finanziari a rischio così elevato da non poter essere nemmeno dimensionato.
Analizzando la serie storica del reddito nazionale statunitense, Ronald Dore mostra che, fino al 1950, la quota dei profitti delle imprese finanziarie sul totale dei profitti era pari in media al 9,5%. Da allora è cominciata una accelerazione, sino a raggiungere il valore massimo nel 2002 (45%), con una successiva stabilizzazione ed un leggero arretramento negli anni più recenti, dovuto al manifestarsi dei primi segni della crisi finanziaria internazionale.
Si è affermata, nel capitalismo anglosassone prima e poi nel sistema economico internazionale, una cultura azionaria fondata sul profitto di breve periodo, sulla ricerca di opportunità di arricchimento rapido, sulla capacità di cogliere opportunità tattiche di massimizzazione della redditività rispetto a progetti di investimenti industriale a redditività differita. Gli stessi governi hanno promosso questa tendenza verso una apparente democratizzazione dell’azionariato, nella convinzione che un’offerta abbondante di capitale azionario avrebbe promosso l’innovazione e quindi la competitività. Nelle scelte delle imprese hanno cominciato a contare in modo decisivo le pressioni degli investitori istituzionali, che muovevano masse enormi di capitali alla continua ricerca della migliore redditività, schiacciando la prospettiva temporale del profitto atteso, sino a far governare in modo indiscusso il rendiconto trimestrale rispetto persino al bilancio annuale dell’impresa.

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca la riflessione di Luciano Gallino, in "Con i soldi degli altri", (Einaudi, 2009, euro 17). I dati del processo di finanziarizzazione sono impressionanti: alla fine del 2007 il Pil del mondo ha superato i 54 trilioni di dollari, mentre la capitalizzazione delle borse mondiali ammontava a 61 trilioni e le obbligazioni pubbliche e private superavano i 60 trilioni. A giugno del 2008 il valore nominale della quota di derivati trattati nelle borse toccavano gli 80 trilioni di dollari, mentre quelli scambiati fuori mercato sfiorava i 684 trilioni: la somma dei derivati era quindi complessivamente pari a 764 trilioni di dollari, pari a 14 volte il Pil del mondo.
Il gioco della finanziarizzazione ha tracimato verso l’economia reale, influenzando le strategie delle imprese in modo decisivo e spostando la struttura dei risparmi degli individui verso scelte fortemente rischiose, spesso senza informare correttamente i cittadini sulle conseguenze di questi cambiamenti nelle strategie di portafoglio. I piani pensionistici sono passati su larga scala da schemi a beneficio definito a piani a contributo definito: mentre nel primo caso il contribuente sa di poter contare su un valore certo del proprio corrispettivo pensionistico, nel secondo tutto dipende dalla volatilità dei rendimenti assicurati dai fondi pensione.
Si è innescata in questo modo una ulteriore spirale perversa di avvitamento che oggi incide fortemente sulla crisi delle imprese industriali. Basti citare il caso della General Motors, la quale si è trovata nel 2009 ad avere solo 85.000 occupati negli Stati Uniti, mentre ai suoi fondi pensione fanno capo un milione di ex-dipendenti. Nel 1962 la GM aveva 460.000 dipendenti, la maggior parte in Usa, ed appena 40.000 pensionati. Nella previdenza privata di stampo anglosassone, l’incrocio tra squilibrio strutturale di dipendenti attivi e numero dei pensionati, unito alla volatilità al ribasso dei rendimenti delle attività finanziarie costituisce una mina vagante i cui effetti non sono ancora pienamente dispiegati.
Mentre cambiava radicalmente la struttura dei mercati finanziari, non si sono introdotte regole adeguate a fronteggiare con disciplina le trasformazioni intervenute. E oggi le banconote e le monete costituiscono solo il 3% del denaro circolante, mentre il restante 97% è interamente simbolico, a cominciare da quello depositato nei conti correnti o sui libretti di risparmio. Siamo in presenza di una mutazione genetica del sistema bancario in assenza di un tessuto di norme a protezione degli altissimi rischi che sono stati assunti in nome solo del profitto di brevissimo periodo. Scrive Gallino: “La funzione originaria del sistema bancario stava nel prendere in prestito da molti clienti piccole somme a un dato tasso di interesse, al fine di prestare grosse somme a pochi a un tasso di interesse più alto – contando sul fatto che è improbabile che i molti accorrano tutti assieme, nello stesso momento, a ritirare i loro depositi. Da tempo, per vari aspetti, tale funzione è caduta in secondo piano a fronte della possibilità assai più lucrosa di trasformare i prestiti in titoli commerciabili”.
Luciano Gallino propone una ricetta che consiste nell’indirizzare i capitali nelle mani degli investitori istituzionali verso investimenti socialmente responsabili, ed innanzitutto nella produzione di beni pubblici, a cominciare da infrastrutture di vario genere, dalle scuole ai trasporti. Inoltre, dovrebbero essere privilegiati investimenti produttivi a lungo termine, impiegando in questo modo ingenti risorse per migliorare la condizione del lavoro nel mondo, per farla uscire progressivamente dal percorso di mercificazione e di precarizzazione che ha caratterizzato la storia del lavoro negli ultimi decenni.
Insomma, dalle analisi di Ronald Dore e di Luciano Gallino torna di attualità la questione delle riforme di struttura, che per lungo tempo sono state messe in soffitta ipotizzando che il capitalismo della finanza e del profitto di breve periodo fossero l’unica opzione possibile. Ora, con la crisi squadernata davanti a noi, si tratta di tornare a disegnare forme di organizzazione economica maggiormente attente ai bisogni collettivi.

giovedì 23 aprile 2009

G8 Ambiente. Difendiamo l’ambiente, la vita e il lavoro dai “grandi” della terra

COORDINAMENTO REGIONALE SICILIANO “CONTRO G8”

Dal 22 al 24 aprile la città di Siracusa sarà sede del summit G8 sull’ambiente. I ministri per l’ambiente degli otto governi cosiddetti più grandi del mondo, grandi sostenitori e applicatori delle politiche liberiste, grandi inquinatori, grandi devastatori, grandi responsabili del declino inarrestabile del Pianeta e dell’oppressione dei suoi abitanti, arriveranno a Siracusa e si barricheranno dentro il castello Maniace dell’isola di Ortigia.
A otto anni dalla rivolta di Genova gli 8 grandi troveranno ad attenderli, con la stessa determinazione di sempre, i movimenti che hanno riempito le piazze di tutto il mondo per opporsi al neoliberismo, allo sfruttamento, alla guerra, alla devastazione del pianeta. Sono movimenti presenti anche in Sicilia impegnati da sempre a difendere i territori, la salute, la vita, sostenere l’Antimafia Sociale, affermare i diritti fondamentali, costruire la solidarietà ai migranti, salvaguardare il valore delle differenze e le ragioni delle minoranze.
Siracusa rappresenta il simbolo della distruzione ambientale e umana, causata da sfruttamento estremo del territorio in nome dello “sviluppo a tutti i costi” a esclusivo vantaggio del profitto privato e del gioco dei politicanti locali, così ben rappresentati in parlamento e al governo, poggiante su solide saldature tra massoneria, politica, mafia.
La scelta di questa città come sede del summit sull’ambiente, voluto dalla ministra per l’ambiente Stefania Prestigiacomo, è paradossale perché l’area siracusana, limitrofa al triangolo della morte “Priolo-Augusta-Melilli” e all’area di Noto sfregiata dalle trivellazioni, è tra le più inquinate d’Italia e si appresta a superare ogni primato con l’arrivo di un rigassificatore e un inceneritore previsti dal governo di cui la Prestigiacomo fa parte.
Non dimentichiamo che la ministra, col possesso di tre aziende di famiglia presenti nel triangolo della morte (Coemi spa, Vetroresina engineering development, Sarplast –fallita), è una vera “figlia d’arte” quanto a pertinace impegno antiambientale. È anche azionaria di un’azienda gestita dal padre (Ved), sulla cui testa incombono processi per bancarotta fraudolenta, trattamento e smaltimento illegale di rifiuti, violazione delle norme di sicurezza nei confronti dei dipendenti. Eppure, con questo curriculum, con inverosimile spudoratezza osa ergersi a paladina dell’ambiente!
L’operato della famiglia Prestigiacomo ci sembra emblematico di un sistema di potere governativo. Le classi politiche che hanno amministrato questi territori possono fregiarsi di molti record negativi su scala nazionale e internazionale. Da mezzo secolo le multinazionali del petrolio e della chimica hanno inquinato aria, terra, acqua e annientato ogni forma di vita, ingannando la popolazione col miraggio del posto di lavoro. Le persone sono state e sono aggredite dai veleni, le famiglie sterminate dal cancro, la popolazione espropriata della speranza di un futuro, frustrata dall’impossibilità di consegnare un avvenire ai figli, la cui vita, come quella di ogni essere vivente dell’area siracusana, è segnata da rischio certo. Questo accade in un territorio, quello siciliano, che da sempre ha vissuto sulla propria pelle le scelte spregiudicate di un potere coloniale che impone privatizzazione di beni comuni come l’acqua, attua ostili processi di militarizzazione, espropria intere fette di territorio alle popolazioni locali (la base di Sigonella), si accinge a progettare e costruire, con costi altissimi per la popolazione, macchine di morte come inceneritori, rigassificatori e centrali nucleari, realizza il grande carcere per migranti a cielo aperto di Lampedusa e molti altri “guantanamo”, nostrani, semisegreti. E per non smentire l’arroganza colonialista del governo italiano, a coronamento del danno, si annuncia la beffa: un ponte faraonico, devastante per il territorio e di cui nessuno ha bisogno tranne l’avidità di governanti, ideatori e costruttori, palese espressione di delirante megalomania, estranea alla realtà e antitetica ai bisogni reali di sostegno e tutela delle popolazioni e dei luoghi.
Denunciamo questi attacchi contro la Sicilia e conosciamo anche cosa gli impostori del G8 fanno “per l’ambiente” sull’intero pianeta. I G8, riuniti per trattare a gran voce questioni ambientali, vanno a programmare nuovi saccheggi, impoverimenti, disastri sempre più traumatici per il pianeta, per il suo ecosistema, per l’umanità, praticando a livello mondiale quanto a livello locale agiscono i loro vassalli.
Non sapendo e non volendo cambiare rotta, scelgono di servirsi di vaste regioni della terra per farne sterminate discariche e preferiscono trasformare in nubi di diossina gli scarti del sovraconsumo di massa che hanno indotto, quando è ormai improrogabile ripensare i modelli di vita e di produzione/consumo e investire sulle conosciute e sane energie rinnovabili e sulle innocue e proficue, anche in termini di posti di lavoro, tecniche di riciclaggio dei rifiuti.
Il peggioramento delle condizioni di vita di interi pezzi di popolazioni testimonia il fallimento delle teorie economiche neo-liberiste, generatrici del drastico aumento della sperequazione sociale, della totale precarizzazione del lavoro in nome della “flessibilità”, della scomparsa del lavoro stesso.
Quello che è stato sbandierato e propinato al mondo come migliore “modello di sviluppo”, attraverso l’innesco di un processo di omologazione planetaria di consumo detta globalizzazione, è figlio dell’ultimo ruggito dell’esasperato capitalismo che ha scelto l’autocapitalizzazione della finanza, da un lato, e lo sfruttamento estremo di risorse e lavoro, dall’altro. Due vortici senza controllo e senza limiti, voluti e garantiti dai governi, che scaricano sugli anelli più deboli della catena il prezzo impagabile di questa escalation: lavoratori schiavizzati, popolazioni allo stremo, risorse in prosciugamento, cancellazione di ecosistemi. Il modello di sviluppo globale “all’infinito” inciampa e si infrange di fronte ai confini fisici del pianeta per l’incompatibilità fra la pretesa vorace e la disponibilità che si riduce, una pseudofilosofia che deve fare i conti con gli equilibri degli ecosistemi globali e locali, con le ricchezze delle diversità culturali e con i relativi tessuti sociali.
Le scelte dei governi di socializzare il debito e privatizzare gli utili, attraverso le elargizioni “statali” a banche e imprese, stanno aggravando i processi involutivi ancora a danno delle popolazioni. Addirittura si pretende di andare nella stessa direzione, come nel caso italiano, inventando inutili, rovinosi e costosissimi ecomostri da fare gravare sulle comunità, imponendoli con la forza, attraverso repressione del dissenso e militarizzazione dei territori.
Ma non possono e non devono essere queste le scelte volte a sanare i disavanzi pubblici prodotti da comitati d’affari, oggi direttamente governanti, coinvolti in vorticosi traffici miliardari; non dovranno essere pagati dai cittadini i debiti causati dalla finanza “creativa” che ha preteso di considerarsi sganciata dall’economia reale.
Noi, figli di questa terra devastata, non vogliamo stare a guardare un G8 che mortifica la vita e offende l’intelligenza. Reclamiamo la partecipazione attiva della popolazione perché cominci finalmente a divenire protagonista delle scelte del proprio destino e di quello dei luoghi a cui appartiene. Non aspettiamo che i grandi avvoltoi ed il loro seguito di sciacalli banchettino coi nostri
cadaveri. Invitiamo tutti a impegnarsi per la preparazione di questo importante appuntamento e a lavorare per proseguire, dopo questa tappa, su un percorso responsabile di riappropriazione del diritto di autodeterminazione.
Chiamiamo a raccolta ogni forma di aggregazione sociale, culturale e politica e quante altre persone disposte a impegnarsi per cambiare questo stato di cose attraverso un ampio fronte di dissenso contro coloro che giocano con i destini della nostra terra e delle nostre comunità. Ancora una volta pensiamo che i conflitti sociali siano l’unica via d’uscita dalle crisi e continuiamo la nostra lotta al sistema di sfruttamento e alle istituzioni nazionali e sovranazionali che lo rappresentano.
Il coordinamento regionale “Contro G8” promuove tre giorni di mobilitazione a Siracusa, 22, 23 e 24 aprile, in cui si contesterà con determinazione il vertice di Ortigia e si confronteranno proposte concrete, coniugabili con la tutela primaria del pianeta, dell’integrità dei suoi molteplici equilibri, di tutti i viventi, dell’umanità tutta e dei suoi diritti fondamentali.

G8. Provocazioni nei confronti dei manifestanti

“Questa mattina un autobus di manifestanti, diretto a Siracusa, per prendere parte al controvertice del G8 ambiente, è stato fermato dalle forze dell’ordine appena sbarcato a Messina. La pretesa avanzata era quella d’identificare e perquisire tutti i partecipanti, riproponendo una forma di schedatura politica, volta ad inasprire il clima di tensione creato ad arte dal governo”. E’ quanto si legge nel comunicato diffuso dai manifestanti provenienti dalla Campania e diretti stamani verso il capoluogo siciliano, sede del vertice internazionale sull’ambiente.
Secondo quanto affermano i protagonisti della vicenda, sarebbe “emblematico l’attacco preventivo portato avanti dall’attuale governo, che si colloca in un quadro politico ben più ampio di repressione di ogni forma di dissenso, dal diritto di sciopero a quello di manifestazione”. Un fatto grave, che fortunatamente si è concluso con la ripresa del viaggio verso Siracusa, ma che il segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, definisce “preoccupante e pericoloso”. “Mi appello - ha affermato Ferrero – al ministro degli Interni Maroni: nell'Italia del 2009 si vuole impedire anche il divieto di circolazione, oltre che quello di manifestazione? La polizia di Stato e il ministero dell'Interno non può certo arrogarsi tale incostituzionale atteggiamento. I giovani che stanno andando a Siracusa a manifestare pacificamente – conclude il segretario di Rifondazione - devono poterlo fare liberamente”.


COMUNICATO STAMPA

Grave episodio contro i manifestanti no G8
Questa mattina un autobus di manifestanti, diretto a Siracusa, per prendere parte al controvertice del g8 ambiente, è stato fermato dalle forze dell’ordine appena sbarcato a Messina.
La pretesa avanzata era quella d’identificare e perquisire tutti i partecipanti, riproponendo una forma di schedatura politica, volta ad inasprire il clima di tensione creato ad arte dal governo. Emblematico è l’attacco preventivo portato avanti dall’attuale governo, che si colloca in un quadro politico ben più ampio di repressione di ogni forma di dissenso, dal diritto di sciopero a quello di manifestazione.
Al rifiuto dei manifestanti verso la pretesa delle forze dell’ordine, soltanto una delle partecipanti e l’autista sono stati identificati ed il mezzo è stato perquisito; solo dopo aver subito ulteriori minacce e provocazioni, i dimostranti hanno ripreso il loro viaggio verso Siracusa.
Riteniamo quest’episodio molto grave, alla vigilia di una delle scadenze italiane del G8, poiché tende ad incrementare una politica di repressione di ogni minima forma di dissenso sociale e politico.

22/4/2009
Le compagne e i compagni della Campania

PRC: Il G8 ambiente è arrivato. Il controvertice è pronto.

Dal 22 al 24 aprile Siracusa sarà invasa dal movimento. Da lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, migranti.
Partecipa il segretario nazionale Paolo Ferrero


Perché manifestiamo contro il g8 a Siracusa
Il Partito della Rifondazione Comunista, parte integrante del coordinamento siciliano No G8, sarà a Siracusa dal 22 al 24 Aprile contro la kermesse organizzata dal ministro Prestigiacomo.

Il G8 ambiente, come gli altri G8 tematici che precedono, in varie città d’Italia il summit della Maddalena di luglio, rappresentano un attacco al ruolo dell’ ONU e delle sue agenzie e puntano al rilancio di una autoproclamata leadership mondiale il cui prestigio è sempre di più messo in discussione dalla crisi, che rivela il fallimento delle politiche liberiste.
A Siracusa il G8 sarà, inoltre, un’occasione per ingannare i cittadini siciliani sulla reale natura delle scelte dei governi nazionale e regionale, che riguardano l’ isola. Le scelte concrete in materia ambientale sono disastrose in ogni settore (dal ciclo dei rifiuti ai rigassificatori, dal governo del territorio alla gestione delle acque) e sono simboleggiate dalla perseveranza con cui si continua a sbandierare il Ponte sullo stretto, metafora di una politica e di una economia nemiche della società e dell’ ambiente . Si è giunti, inoltre, fino alla provocazione di offrire l’isola come sede di una centrale nucleare mentre sulle energie rinnovabili ci sono solo chiacchiere e qualche scandalo.
I movimenti che difendono l’ambiente e i beni comuni dalle speculazioni animeranno a Siracusa dal 22 al 24 aprile un importante occasione di lotta e di discussione per affermare un altro modello di sviluppo contro un sistema di potere politico-affaristico-mafioso nemico dell’ambiente e della società .

Luca Cangemi – segretario regionale Prc Sicilia
Valerio Marletta – responsabile Prc No G8 ambiente

Waterboarding: emergono le responsabilità dirette di Condoleeza Rice nelle torture

di Giorgio Trasarti
In un rapporto mostrato ieri dalla Commissione per l’Intelligence del Senato degli Stati Uniti d’America vengono riportati, nel dettaglio, i passaggi con cui le pratiche più dure e crudeli utilizzate dalla Cia durante gli interrogatori furono ideate e approvate ai più alti livelli della Casa Bianca nell’era di George W. Bush. Il documento, rilanciato dalla Associated Press, testimonia il ruolo di primo piano occupato dall’allora consigliere per la Sicurezza nazionale, Condoleeeza Rice. Nel luglio del 2002 la Rice approvò verbalmente la richiesta della Cia di utilizzare utilizzare la tecnica del waterboarding (annegamento simulato) sul presunto terrorista di al Qaida Abu Zubaydah. Pochi giorni dopo, il Dipartimento di Giustizia approvò l’utilizzo di questa tecnica, come riportano i memo segreti che l’amministrazione Obama ha reso pubblici, tra mille polemiche, la scorsa settimana.
Lo scorso autunno, in una testimonianza scritta presentata alla Commissione armamenti del Senato, l’ex Segretario di Stato sostenne di aver solo preso parte a riunioni in cui si era discusso sulle richieste di interrogatorio della Cia, ma si decise poi di chiedere una valutazione legale al ministro della Giustizia. La Rice aveva inoltre detto di non ricordare i dettagli delle riunioni. Contrariamente a quanto affermato, il braccio destro di Bush ebbe invece un ruolo diretto nella vicenda dando per prima il via libera all’allora direttore della Cia George Tenet. Pochi giorni dopo, e dopo l’approvazione del ministero della Giustizia, come si legge nel memorandum segreto del 1 agosto 2002, il detenuto Zubaydah veniva sottoposto a waterboarding almeno 83 volte nel solo mese di agosto.
Il waterboarding consiste nell'immobilizzare un individuo e versare acqua sulla sua faccia per simulare l'annegamento facendo credere al soggetto che la morte sia imminente, benché non causi danni fisici permanenti. "La minaccia di morte imminente" è una delle definizioni legali di tortura secondo la legge statunitense.
Nel documento reso pubblico ieri appare oltretutto evidente come i pareri negativi di alcuni legali dell’amministrazione Bush su queste pratiche furono repentinamente accantonati. Un portavoce della Rice, contattato dalla Associated Press, si è rifiutato di commentare la notizia. Per avere un’ idea di cosa si provi all’essere sottoposti al waterboarding, definito da Dick Cheney, vicepresidente durante l'amministrazione di George W. Bush, "un tuffo in acqua", non una forma di tortura, ma piuttosto "uno strumento molto importante" per gli interrogatori:

Israele: "Papa non riceva sindaco palestinese". Avvocati norvegesi intentano causa contro governo Olmert

di Gabriele Paglino
Tel Aviv ha invitato la Santa Sede a cancellare l'incontro in Vaticano tra il Papa e il sindaco di Sakhnin, una città araba nel nord di Israele abitata da una minoranza di cristiani. Il primo cittadino, che domenica prossima dovrebbe incontrare il Papa a Roma, a detta del governo ultra sionista sarebbe "un guerrafondaio sostenitore dei terroristi". La richiesta arriva dal portavoce del ministro del Turismo ed esponente dell'estrema destra sionista di Yisrael Beiteinu nonchè responsabile del viaggio di Benedetto XVI a maggio in Israele e Cisgiordania, Stas Misezhnikov. Il sindaco di Sakhnin, Mazen Ghanaim, sarebbe "reo" di aver organizzato, durante il massacro operato da Israele nella Striscia di Gaza, una manifestazione in cui sostenne la resistenza palestinese contro la crudele e oppressiva occupazione israeliana. E proprio la presunta scarsa fedeltà degli arabi israeliani allo Stato e' stata proprio la piattaforma di Yisrael Beiteinu. Chissà cosa risponderà la "diplomatica" diplomazia d'oltre Tevere?
In Norvegia intanto un gruppo di avvocati ha depositato una denuncia per "crimini di guerra" e "attacco terroristico su vasta scala" ai danni dei maggiori esponenti dell'ex governo israeliano: Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak e sette ufficiali dell'esercito israeliano. L'accusa riguarda le loro palesi responsabilità nell'operazione 'Piombo fuso' contro la Striscia di Gaza, tra dicembre 2008 e lo scorso gennaio. Gli avvocati, rappresentanti di alcuni cittadini norvegesi di origine palestinese "che hanno subito la perdita di propri cari durante le operazioni militari", sostengono che "non esiste alcun dubbio sul fatto che i soggetti accusati fossero a conoscenza, ordinarono o approvarono le azioni commesse a Gaza, e che avessero valutato le conseguenze di tali azioni". Il procuratore generale Siri Frigaard ha confermato di aver ricevuto la denuncia: "Procederemo a esaminarla e valutarla prima di trasmetterla alla polizia alla quale spetterebbe condurre un'inchiesta" ha detto, precisando che il codice penale norvegese autorizza i tribunali a giudicare casi relativi a crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani. Proprio ieri, il quotidiano israeliano 'Jerusalem post' ha pubblicato gli esiti di un'indagine interna all'esercito israeliano sulle operazioni condotte a Gaza. Respinte tutte le accuse (aver violato la convenzione di Ginevra sui crimini di guerra; aver sparato contro strutture mediche palestinesi e delle Nazioni Unite; aver ucciso civili innocenti; usato armi al fosforo bianco e bombardato infrastrutture e zone densamente abitate). Lo stato maggiore di Tel Aviv risponde infatti che i soldati "hanno tenuto un alto profilo morale" operando "in accordo con le leggi internazionali". Secondo il generale Dan Harel, capo di stato maggiore aggiunto, le inchieste condotte hanno rivelato "un certo numero di incidenti" causati da errori dei servizi di informazione "sfortunatamente inevitabili", come il caso di un bombardamento di un immobile nel quartiere di Zeitoun, a sud di Gaza, considerato un sito di stoccaggio di armi da parte di Hamas e rivelatosi invece un'abitazione civile, costato la vita a 21 membri di una stessa famiglia. Per questi "errori", comunque, non sarà avviata alcuna inchiesta poiché "non ci sono responsabilità da accertare". Alcune organizzazioni peri i diritti umani, che già in passato avevano manifestato dubbi sull'imparzialità delle indagini condotte all'interno dell'esercito si sono dette "totalmente insoddisfatte" delle conclusioni pubblicate, rinnovando l'invito ad avviare procedimenti extra-militari. Ma si sa "criticare Israele - come dice il premio Pulitzer, Seymour Hersh - è difficile, impossibile e praticamente inutile. Non ti ascoltano".

Roma. Pedinati, fermati per 9 ore e denunciati 7 giovani di sinistra che attacchinavano manifesti per il 25 Aprile

Ufficialmente si trattava di un'operazione preventiva contro l'allarme 'coltelli' esploso tra i giovani della Capitale dopo una serie di sanguinose risse. In pratica è stato un agguato della polizia contro sette giovani militanti della sinistra che stavano attacchinando manifesti per il 25 aprile. Le due auto dei giovani - la maggior parte universitari - sono state seguite durante l'attacchinaggio dal Prenestino fino a largo della Croce Rossa (nei pressi della direzione nazionale del PRC) e poi bloccate dagli agenti con le pistole in pugno. Che non si trattasse di un gruppo uscito dalla discoteca per organizzare risse era piuttosto evidente seguendo la scia dei manifesti che erano stati attacchinati sui muri della città. Ma forse è proprio questo il motivo del blitz della polizia: quei manifesti erano antifascisti.
Le veline della Questura fanno emergere un quadro inquietante come se nelle macchine ci fosse un arsenale, ma lo stesso verbale scrive di "manici di piccone lunghi 30 centimetri" (ossia poco più lunghi del palmo di una mano) e della gamba di una sedia. Un pò poco per essere un arsenale ed anche per affrontare le eventuali squadracce neofasciste che invece vengono lasciate scorazzare indisturbate nella Capitale. I sette giovani sono stati denunciati per possesso di arma impropria e rilasciati dopo ben sette ore di fermo nel commissariato di via Farini.