venerdì 24 aprile 2009

Il rischio del fascismo ci faccia rialzare la testa

di Alberto Burgio
Pare che Silvio Berlusconi abbia deciso di presenziare alle celebrazioni ufficiali del 25 aprile quest’anno per la prima volta da quando «scese in campo» nel ’94. È suo preciso dovere, un dovere disatteso in tutto questo tempo per ragioni che crediamo vadano ben oltre l’opportunismo di cui parla il senatore Macaluso. Lo fischieranno?
È possibile, e in questo caso dovrà farsene una ragione, il presidente del Consiglio. Ne trarrebbe spunti di riflessione, se la prepotenza gliene lasciasse il tempo. Giustificazioni, quegli eventuali fischi, ne avrebbero sin troppe, come ricorda ancora oggi il «Guardian» ripercorrendo la gloriosa carriera politica di Berlusconi tra editti bulgari, leggi razziste e ad personam. Chissà se il corrispondente del giornale londinese le ha viste quelle recenti immagini del Cavaliere con il berretto da ferroviere e il casco da vigile del fuoco. Sembrava Topo Gigio, ma avrebbe voluto rinverdire gli statuari fasti del Duce trebbiatore, sciatore e manovale. A volte ritornano, o perlomeno ci provano.
Chi proprio non cambia musica è il ministro La Russa. L’8 settembre approfittò della festa in ricordo della difesa di Roma per celebrare i suoi eroi, i «militi» repubblichini del battaglione “Nembo”. Oggi straparla di partigiani indegni di memoria perché «sognavano di imporre in Italia un regime stalinista». Anche questo turpiloquio dobbiamo a Berlusconi. Del resto, non è un fascista di Franco e di Salò anche il Venerabile Gelli, che tesserò lui e il fedele Cicchitto per la P2 e che non perde occasione per sottolineare le analogie tra l’azione del governo e il progetto piduista di «rinascita democratica»? Altro che passato immacolato, caro Macaluso! Piuttosto c’è da domandarsi perché, invece di mimetizzarsi, i La Russa, i Gasparri, gli Alemanno sfruttino ogni opportunità per ribadire il proprio credo. E perché lo facciano proprio oggi, mentre si rinnovano le violenze fasciste nelle strade, gli agguati squadristi, i cori razzisti negli stadi.
La partita è politica e non riguarda soltanto – come qualcuno pensa – la competizione con la Lega per l’egemonia sulla destra radicale e razzista. C’è un progetto che tira in ballo la Costituzione, come si evince agevolmente dagli elzeviri di Ernesto Galli Della Loggia sul «Corriere della sera». L’idea è che la Costituzione del ’48 abbia fatto il suo tempo e vada spedita in archivio. L’Italia dev’essere, per dir così, de-antifascistizzata. Bisogna voltare pagina, cominciare una storia post-costituzionale. Fare tabula rasa del Novecento e dei suoi conflitti. In apparenza si tratta di cancellare il passato. In realtà, l’intento è di legittimarlo. Quel che non merita di essere rimosso cessa d’incanto di essere una colpa.
Così la destra mette a frutto la vera anomalia italiana, l’assenza di cesure tra il fascismo e l’età repubblicana, la mancanza di una Norimberga, il sistematico rifiuto di una riflessione seria sul massacro degli oppositori, gli orrori del colonialismo, il razzismo di Stato contro ebrei, africani e slavi, le nefandezze dei repubblichini, l’incomparabile vergogna dell’alleanza con Hitler. Ma a chi dobbiamo questo revanscismo?
Di certo, contro il revisionismo storico non si è combattuto con la necessaria determinazione. In taluni casi lo si è persino favorito. Hanno pesato molte ragioni, e tra queste anche il difficile rapporto della sinistra con la propria storia. Sta di fatto che non si è stati all’altezza di uno scontro che, nell’investire il passato, coinvolgeva il presente; nel trattare di storia, produceva politica. Dice giustamente il «Guardian» che Berlusconi deve gran parte del proprio successo «alla profonda debolezza dei suoi avversari». Il punto è che questo successo lo paghiamo noi, lo paga il Paese, lo pagano le istituzioni della democrazia italiana costate la vita a migliaia di quei giovani partigiani sulla cui memoria oggi un ministro della Repubblica si permette di sputare. Bisogna saperlo. Bisogna guardare in faccia i rischi che corriamo. Bisogna, finalmente, rialzare la testa.

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